mercoledì 23 marzo 2022

Licorice Pizza ( Paul Thomas Anderson , 2021 )

 




Licorice Pizza (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

E' il giorno delle foto al liceo, quelle che poi finiscono negli annuari di rito, il piano sequenza di qualche minuto mostra lui, Gary, grassoccio, brufoloso quindicenne, all'apparenza impacciato ma in effetti ciarliero e intraprendente al limite della cialtroneria  che incrocia lei, Alana, l'assistente del fotografo, venticinquenne nel pieno della vitalità di chi si sente adulto ma vuol rimanere per sempre adolescente; si incrociano nel corridoio e scocca il momento magico; amore? non si può dire , ed in effetti lo si potrà dire , forse, solo alla fine del film; direi più una magnetica attrazione (nel senso della fisica applicata) dalla quale nasce e si sviluppa la storia lasciando solo quei pochi minuti come traccia, una esile trama sulla quale Paul Thomas Anderson imbastisce il suo film dall'anarchica libertà espressiva ( e per taluni questo può anche non essere un fattore positvo...).
Il resto delle due ore e passa di Licorice Pizza  ( non aspettatevi una vera pizza alla liquirizia, neppure gli americani sono riusciti in tanto) è un flusso di energia , di sentimenti, di maree che salgono e scendono , di corse a perdifiato , di inserti al limite del demenziale e grottesco, di libertà e di gioia di vita come solo gli anni 70 hanno saputo regalare.



La storia è ambientata infatti nei primi  anni 70 nella San Fernando Valley, propaggine periferica della sterminata Città degli Angeli, che viveva la rinascita della grande Hollywood: Gary e Alana diventano due esseri simbiotici che si cercano , si allontanano, ma poi come appunto un fenomeno fisico di attrazione magnetica si ritrovano: affari in comune , amici in comune, bravate insieme, corse a volte appaiate a volte convergenti fino all'ultima salvifica conclusasi con una scena degna di una comica da avanspettacolo; i due giovani corrono sempre: uno verso l'altra o a volte uno lontano dall'altra; vivono la loro stagione di libertà e di indipendenza, quasi sperimentano il sogno americano che è sempre lo stesso: segui con forza quello che vuoi e lo raggiungerai, prima o poi.
Ma Licorice Pizza ( a proposito, fa riferimento ad un negozio cult di dischi degli anni 70 e inoltre  rimandi agli LP -acronimo appunto-come pizze di liquirizia nera) è anche un grande omaggio spensierato, se vogliamo leggero e se vogliamo ancora di più forse inatteso da un autore rigoroso come Anderson, al cinema: perchè solo lì può succedere che a 15 anni diventi imprenditore di te stesso dopo essere stato un attore ragazzino, dove in seguito alla crisi petrolifera modifichi il tuo core business passando dai materassi ad acqua al ritorno del flipper finalmente legalizzato, solo nel Cinema può succedere ad Alana di incontrare cloni che sembrano macchiette di personaggi come William Holden ( un grandioso Sean Penn) o come Jon Peters ,parrucchiere-fidanzato di Barbra Streisand-produttore cinematografico, demenziale e grottesco ( un Bradley Copper assolutamente fuori ogni schema), il tutto buttato lì quasi come fossero degli sprazzi di ricordi, di estemporanee rimembranze di un'epoca che fu per il regista il palcoscenico della sua vita, un Cinema che rivive nei rimandi più o meno espliciti ad Altman e Scorsese, a Clint Eastwood  e George Lucas.

venerdì 18 marzo 2022

Klondike ( Maryna Er Gorbach , 2022 )

 




Klondike (2022) on IMDb
Giudizio: 8.5/10

L'aver ricevuto un importante riconoscimento dapprima al Sundance Film Festival quindi alla Berlinale , unito alla drammatica coincidenza dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, ha fatto di Klondike uno degli eventi cinematografici del cinema d'autore di questi primi mesi dell'anno.
Diretto dalla regista ucraina Maryna Er Gorbach, esordiente nei lungometraggi dopo avere codiretto tre lavori col marito regista turco Mehemet Bahadir Er, Klondike è un doloroso sguardo all'inizio delle ostilità che hanno visto contrapporsi dal 2014 Russia e Ucraina intorno al territorio conteso del Donbass, al confine tra i due paesi, rivendicato dai russi e abitato da una minoranza russa che cavalcando idee separatiste ha portato allo scontro i due paesi fino al drammatico epilogo di questi giorni.
Protagonista del racconto è una coppia in attesa del primogenito che vive nella campagna ucraina nella zone in cui imperversano le azioni militari; l'inizio del film lascia intendere attraverso un colloquio che avviene nel buio della stanza che l'angoscia della guerra ancora non è penetrata nella vita della coppia , sebbene Tolik cerchi di convincere la moglie di abbandonare la loro terra e spostarsi in qualche zona più tranquilla; Irka, la moglie, testardamente invece vuole continuare la sua vita su quella che considera la sua terra.



All'improvviso il boato, un muro che cade, polvere, il buio tutto intorno e laddove giganteggiava una parete con l'immagine di una spiaggia tropicale, si apre uno squarcio che viola l'intimità della coppia e al tempo stesso apre la loro vista sulla guerra; è il giorno 17 luglio e la dabbenaggine dei separatisti russi apre una ferita nella vita della coppia e , ancor peggio di lì a poco , proprio sulle teste dei protagonisti, la contraerea russa abbatterà il volo di linea della Malaysia Airlines causando la morte di circa 300 persone.
Per Irka e Tolik non c'è più modo di ritornare alla armonia sussurrata nel buio della notte, la loro casa viene investita dai rottami dell'aero abbattuto, le truppe dei separatisti, cui Tolik non riesce ad opporsi, arrivano a battere cassa e a chiedere cibo e sussistenza; nella famiglia inoltre c'è anche Yaryk il giovane fratello di Irka, accesso lealista ucraino che rinfaccia a Tolik il suo essersi schierato coi separatisti.
Con il passare del tempo il racconto si impregna di un lucido e spietato pessimismo attraverso il tentativo di spiegare una guerra  che non può essere spiegata  , se non come una rito scarificale famigliare visto che il legame tra russi ed ucraini ha portato a numerose unioni miste; ma la regista ucraina non si ferma nel suo scavare nel dramma  fino a giungere all'essenza dei danni della guerra.
L'immagine che Maryna Er Gorbach sceglie per meglio presentare la drammatica storia della coppia sta proprio in quello squarcio sul muro: dove c'era l'immagine riposante e serena della spiaggia tropicale campeggia ora la realtà della desolata campagna ucraina nella quale si alzano i pennacchi di fumo delle esplosioni, primo fra tutti quello del disastro aereo.Il poster tropicale lascia spazio alla fusoliera maciullata , al campo bruciato, ai detriti e ai resti dei bagagli sparsi tutto intorno e anche la scena dei due olandesi che arrivano alla ricerca della loro figlia ovviamente morta , ma della quale non hanno ancora in mano nulla, alimentando la patetica speranza che sia ancora viva è il momento più straniante del film, un concentrato di disperata irrazionalità.

venerdì 11 marzo 2022

The Hill Where Lionesses Roar ( Luana Bajrami , 2021 )

 




The Hill Where Lionesses Roar (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Giunta ad un precoce e  meritato successo  nel 2019 con  Ritratto di una giovane in fiamme di Celine Sciamma , Luana Bajrami approda alla regia all'età di soli 20 anni con il lavoro franco-kosovaro The Hill Where Lionesses Roar, visto di recente al Festival di Trieste e che ce l'ha fatta conoscere anche come regista di talento e con un futuro davanti radioso.
L'opera è ambientata in Kosovo, terra natale della regista , emigrata a 7 anni in Francia, destino comune a tanti kosovari, emigrati in cerca di fortuna e di una stabilità che il paese natale non riusciva ad assicurare.
Il racconto si impernia intorno alle figure di tre teenager , amiche per la pelle, che si trovano ormai davanti al bivio della loro vita: scegliere cose volere per il proprio futuro e come fare per raggiungerlo; durante l'estate aspettano i risultati di ammissione all'università, vista come prima tappa per poter liberarsi dal peso di una provincia kosovara gretta e che lascia alle giovani ben poco spazio per inseguire i loro sogni; per l'estate le raggiunge anche la loro amica che è emigrata in Francia e ha cambiato vita, il personaggio che con un certo carico di autobiograficità la regista ha cucito su stessa anche attrice e che le amiche vedono con un misto di ammirazione ed invidia perchè è una di quelle che se ne è andata a cercare il suo futuro altrove.



Il desiderio di fuga delle tre ragazze non è semplice ribellione giovanile condita con rabbia feroce, ma un autentico desiderio di emanciparsi, di segnarsi da sole il percorso della loro vita, pagando però il prezzo delle difficoltà ad ottenere questa forma di libertà.
Le ragazze urlano la loro rabbia, sprigionano la loro energia semplicemente gridando quasi ruggendo ( da qui il titolo) in cima alle collina che sovrasta il loro villaggio dove si riuniscono durante le giornate trascorse nell'ozio, proprio come leonesse in gabbia che sognano l'infinita savana per correre a perdifiato incontro al mondo.
Ognuna di esse ha un carico emotivo alle spalle che le opprime: i ricordi della guerra, la famiglia disgregata, quella invece tirannica dominata da un patriarcato gretto e provinciale, i soprusi biechi di chi dovrebbe proteggerle, un vissuto che gonfia di una rabbia incontrollabile la vita delle ragazze.
L'essere state respinte al test di ingresso all'università le porta sul sentiero della disperazione, ognuna seguendo il suo carattere e il suo modo di affrontare il mondo, ma con un unico scopo: rendersi libere, mettere su una bella gang , inanellare rapine e maneggiare un po' di soldi coi quali colorare almeno in parte i sogni (macchine, alberghi, amori), sentirsi delle Thelma e Louise del XXI secolo; ma in fondo rimangono sempre quei ruggiti famelici e disperati che risuonano dalla collina, perchè come dice una di loro, "abbiamo ancora un cuore , un fottuto cuore che finisce per esplodere", anche a costo di rinunciare ai sogni.

martedì 8 marzo 2022

Stringimi forte [aka Hold Me Tight aka Serre moi fort] ( Mathieu Amalric , 2021 )

 




Hold Me Tight (2021) on IMDb
Giudizio: 9/10

Quando meno te lo aspetti ecco che il Cinema sa regalarti un opera che risulta tra le più belle dell'anno: un fulmine luminosissimo in una atmosfera cinematografica che rimane buia e che stenta a riprendere la retta via dopo due anni di tribolazioni varie; inoltre la poca lungimiranza francese è riuscita nell'impresa di relegare Stringimi forte ai margini del Festival di Cannes nella neonata sezione Cannes Premiere, sottraendolo ad una selezione ufficiale che di certo avrebbe beneficiato della presenza di questa opera.
Il sesto lavoro del regista e attore Mathieu Amalric , per il quale appare sempre più difficile stabilire se sia prima una cosa o l'altra, possiede numerosi pregi,  tra cui quello di aver raccontato tutto dopo pochi fotogrammi (ma noi non lo sappiamo però...) e quello di conservare varie prospettive attraverso cui osservare il racconto che rimane sempre in bilico tra realtà, immaginazione, percorso dal dubbio e dall'ambiguità.
Una mattina vediamo Clarisse alzarsi presto, preparare una borsa sgattaiolare fuori di casa, lanciare uno sguardo tra il rammaricato e l'amorevole a figli e marito e andarsene di casa, a bordo della sua coupè vintage.
Quella che sembra una fuga , alla fine si dimostra tale, ma con i connotati ben diversi che progressivamente il film svelerà, conservando però sempre quella quota di dubbio e di ambiguità che animano l'opera in maniera mirabile.



Raccontare altro sulla trama sarebbe inutile perchè inevitabilmente rovinerebbe la visione di un film bellissimo che fa proprio della tensione emotiva, che oscilla tra il thriller psicologico e il dramma ,il suo poderoso motore trainante.
Grazie a frequenti sovrapposizioni temporali che saltano avanti e indietro in maniera all'apparenza (almeno fino ad un certo punto della storia) poco coerente assistiamo al viaggio di Clarisse, che immagina la famiglia che ha lasciato, riesce quasi a parlare coi suoi figli e col marito, sembra addirittura raccogliere un qualche strisciante sentimento di finissimo rancore almeno fino a quando , per almeno 2 o 3 volte, chiude l'ellissi emotiva con la frase. " Non sono io che vi ho lasciato".
Il viaggio diventa quindi una introspezione negli angoli reconditi della protagonista, nella sua necessità di fuga, nella sua immaginazione che cerca di guarire le ferite, nel suo tenere acceso il ricordo che inevitabilmente alimenta il dolore.
Poi ad un certo punto qualche velo inizia a squarciarsi nel mondo che circonda Clarisse, nella sua fuga e nel suo bisogno di sentirsi ancora parte di una famiglia e la storia inizia a delinearsi con maggior chiarezza anche se sembra sempre che qualche tassello qui e lì manchi, forse soltanto perchè siamo noi che di fronte alla tragedia non vogliamo accettare la verità nello stesso modo di Clarisse.

venerdì 18 febbraio 2022

Intregalde ( Radu Muntean , 2021 )

 




Întregalde (2021) on IMDb
Giudizio: 6/10

Insignito non senza sorpresa e  con qualche riserva del premio come miglior lungometraggio al recente Trieste Film Festival, Intregalde del regista rumeno Radu Muntean è lavoro che miscela  alcuni generi cinematografici per approdare in conclusione ad una sarcastica quanto divertita analisi del fenomeno del del volontariato in favore dei meno abbienti che troppo spesso si trasforma in una poco gradevole fiera della vanità personale e della propria autocelebrazione più o meno intima o plateale.
Come ogni anno in prossimità delle festività natalizie una associazione di fuoristradisti della media borghesia cittadina , intraprende un viaggio attraverso le impervie strade della Transilvania per portare pacchi doni che contengono generi di prima necessità alle popolazioni che vivono nell'indigenza in quella regione fredda e povera.
Sin dall'inizio capiamo subito che lo spirito col quale si intraprende l'impresa non è dei più autenticamente caritatevoli, impegnati come sono i vari partecipanti a chiacchierare di futilità , a scambiarsi pettegolezzi o a incensare se stessi con discorsi vacui.



Questo clima da gita scolastica, che serve tanto a ritemprare lo spirito perchè tanto poi c'è una bella mangiata da fare e una bella casa calda che li aspetta a Bucarest, viene sovvertito repentinamente dall'incontro dapprima con un vecchio che dice di conoscere bene la zona e poi da un incidente che rende la jeep inutilizzabile in quanto impantanatesi in un tratturo di montagna.
Il vecchio che millanta la  perfetta conoscenza del posto sparisce mentre i componenti del gruppo cercano di risolvere il problema anche con l'aiuto di due loschi personaggi che passano sul sentiero con la loro macchina, ma al calare della sera appare evidente che saranno costretti a passare la notte nella foresta.
Dove è finito il vecchio? Ce la farà a sopravvivere da solo nel bosco? E' giusto andare a cercarlo o , fidandosi della sue chiacchiere, contare sulla sua presunta conoscenza dei luoghi? In definitiva, meglio girarsi dall'altra parte o cercare quel vecchio prima che il gelo lo ammazzi?
Partendo da quest'ultimo interrogativo Muntean, costruisce la sua personale riflessione sull'essenza dell'aiuto umanitario, sul senso della carità (intesa in senso cristiano), sulla moda di sfoggiare il nostro essere caritatevoli e volontari nell'alleviare la sofferenza altrui che serve solo per sentirci compiaciuti con noi stessi, come se potessimo appenderci una medaglia sul petto e darci una bella lavata di coscienza.
Il vecchio da andare a recuperare è l'emblema di una solidarietà diversa, forse più essenziale che però divide i componenti del gruppo in maniera violenta, così come i due loschi personaggi che incontrano, che altri non sono che i destinatari degli aiuti, sono visti con un occhio carico di paura e di sfiducia , come si potrebbero guardare dei malfattori.

giovedì 17 febbraio 2022

Darkling [aka Mrak] ( Dušan Malić , 2022 )

 




Darkling (2022) on IMDb
Giudizio: 8.5/10

Cinque anni dopo la fine ufficiale della Guerra del Kosovo, le tensioni mai sopite, esplosero in maniera drammatica a causa di una violenta contrapposizione che vide gli albanesi kosovari scatenarsi contro i serbi rimasti nelle enclave all'interno della regione controllata dalle forze multinazionali del Kfor. Alcuni episodi di violenza, ad arte strumentalizzati dagli opposti estremisti, diedero il via ad un vero e proprio pogrom contro i serbi ortodossi che vide la scia di morti, feriti , scomparsi e distruzioni allungarsi tristemente a cinque anni dalla fine della guerra: anche in questa occasione gli eventi furono particolarmente odiosi, come possono esserlo quelli in cui fanatismo religioso e contrapposizioni etniche perdono ogni freno.
Nel periodo che seguì questa fase, in cui furono le forze di pace a proteggere la popolazione serba rimasta  in Kosovo che non volle abbandonare le proprie case, il regista Dušan Malić costruisce la storia raccontata in Darkling, un opera di grande potenza, l'ennesima in cui la cinematografia balcanica riesce a offrire un esempio in cui la guerra è raccontata con grande efficacia e drammaticità senza ricorrere a scene puramente belliche.



Al centro del racconto ci sono una donna ( Vukica) la sua figlia dodicenne( Milica) e l'anziano nonno ( Milutin) , quello che resta di una famiglia serba in cui gli uomini giovani, il marito di Vukica e l'altro figlio di Milutin , sono scomparsi in seguito ad un rastrellamento degli albanesi-kosovari; la famiglia è una delle poche ormai rimasta nell'enclave serba che ha visto la fuga di gran parte degli altri abitanti, terrorizzati dalle continue intimidazioni subite cui le forze di pace non riescono a sottrarli, visto che come cala il buio tutta la zona piomba in un raggelante coprifuoco carico di terrore.
Milica prende posizione sotto il tavolo a lume di candela, ascolta le suonerie di un telefonino che riesce a caricare solo grazie ai militari italiani della forza di pace che la accompagnano a scuola ogni mattina e scrive la sua lettera al Presidente serbo per raccontare la sua paura  e gli stenti della sua vita da ragazzina che già troppo orrore ha visto.
Milutin invece non vuole lasciare la casa perchè aspetta , invano, il ritorno del figlio e del genero e ogni sera spranga porte e finestre in attesa che l'ennesima notte di paura passi: animali uccisi, segni di presenze ostili, rumori sembrano dimostrare che qualcuno agisce nel buio per far crescere il terrore nella famiglia che tenacemente si rifiuta di partire, sebbene soprattutto Vukica sembra ormai arrendersi all'evenienza.

martedì 15 febbraio 2022

Drive My Car ( Hamaguchi Ryusuke , 2021 )

 




Drive My Car (2021) on IMDb
Giudizio: 8.5/10

Il lavoro di Hamaguchi Ryusuke sembra essere avviato a ripercorrere la  rotta che due anni fa solcò Bong Joonho col superpremiato Parasite con una unica differenza: mentre il regista coreano era già un grande cineasta ma pochi lo sapevano e quindi l'Oscar fu la sua consacrazione planetaria, con Drive My Car il regista giapponese si afferma in maniera definitiva come  autore tra i migliori della scena cinematografica mondiale di questi anni, dopo avere dato prova di sè già in altri lavori, alcuni dei quali di indubbio valore ma ancora con numerose imperfezioni.
Il mondo cinematografico di Hamaguchi richiede una premessa fondamentale: il suo è un fluire di parole che costruiscono un racconto di fronte al quale bisogna avere il coraggio e la determinazione di restare fermi ad ascoltare osservando le vite dei protagonisti che ci scorrono davanti.
In Drive My Car il regista giapponese aggiunge un nuovo tassello che diventa fondamenta per la costruzione della sua storia e cioè un costante richiamo all'importanza del linguaggio e della sua forma, depurata da tutte le possibili influenze, come spesso chiede il protagonista ai suoi attori durante la preparazione dello spettacolo teatrale.



Nel lungo prologo, quasi un mediometraggio infilato nel corpo principale della pellicola, il regista ci presenta una istantanea di quelli che sono i punti fermi da cui parte il racconto: una coppia con lui , Yusuke, affermato attore  e regista e lei, Oto, sceneggiatrice televisiva, una vita insieme da molti anni, ancora viva dal punto di vista sessuale al punto che la donna costruisce le sue storie durante l'atto sessuale stesso; si intuisce da qualche frammento che la vita patinata che conducono ha qualche venatura profonda che è stata in qualche modo rimossa, così come si intuisce che il quasi morboso legame con Zio Vanja , il capolavoro di Anton Cechov, che Yusuke recita in continuazione in macchina avvalendosi della voce di Oto, impressa in una audiocassetta, che interpreta invece tutti gli altri ruoli, è qualcosa che va oltre l'aspetto puramente letterario e professionale.
Poi di colpo il fendente che taglia la storia: Yusuke, causa il classico annullamento del volo, torna e casa e trova la moglie avvinghiata ad un altro, un giovane attore col quale ha lavorato in TV, pietrificato l'uomo non dice nulla ma quando la moglie un giorno gli dice che vuole parlargli, vigliaccamente evita la cosa e quando torna a casa tardi la trova morta, fulminata da una emorragia cerebrale.
Due anni dopo inizia il film , partono i titoli di testa e vediamo Yusuke, rompere col suo passato e accettare l'incarico del Festival di Hiroshima di mettere in scena lo Zio Vanja: a bordo della sua Saab 900 rosso vermiglio Yusuke si lascia Tokyo alle spalle e approda nella città di mare, dove tutto è stato preparato , con maniacalità nipponica, per il suo soggiorno, compresa una giovane autista a sua disposizione.
Nelle selezioni Yusuke sceglierà tra gli altri, proprio il giovane amante della moglie per il ruolo del protagonista e la compagnia sarà composta di persone provenienti da ogni angolo dell'Asia, ( Filippine, Taiwan, Corea ), oltre che da una giovane donna muta che si esprime col linguaggio dei segni.
In tutta la seconda parte del film se da un lato l'opera di Cechov diventa sempre più indissolubilmente legata ai destini e alle vite dei vari protagonisti, dall'altra i veli che avvolgevano l'esistenza di Yusuke verranno squarciati con la consueta grazia che è propria del regista, ma anche il drammatico background di Misaki, la giovane autista di Yusuke, angelo custode silenzioso e segnato, seppur solo a 23 anni da una vita terribile, viene lentamente a galla.
Ma tutti i personaggi che gravitano intorno a Yusuke portano sulle spalle un qualche doloroso passato: il giovane attore, violento e impulsivo, che non ha avuto abbastanza tempo per poter amare Oto, la giovane coreana rimasta muta e che ha dovuto abbandonare la danza, in tutti aleggia quel senso di tragedia che solo nelle parole finali del capolavoro di Cechov, attraverso il monologo di Sonija, trova la sua sublimazione nella visione di una sorta di pietas cristiana capace di stendere un velo di pace su tutti gli affanni umani.

giovedì 3 febbraio 2022

Looking for Venera ( Norika Sefa , 2021 )

 




Looking for Venera (2021) on IMDb
Giudizio: 8/10

Ulteriore conferma dello straordinario momento d'oro del cinema del Kosovo (prevalentemente al femminile) , l'opera prima di Norika Sefa, premiata già all'esordio al Festival di Rotterdam, continua a raccogliere consensi, ultimo dei quali al recentissimo Festival di Trieste con il premio Cineuropa.
Il film è strutturato a prima vista come il più classico dei coming of age, ma poi ci si accorge sin da subito che siamo di fronte ad una opera che presenta una ambiziosa ampiezza di vedute.
Seguendo le vicende della timida , pacata e curiosa Venera e quelle della sua amica del cuore, la ribelle e sfrontata Dorina, assistiamo ad un racconto di ribellione e di ricerca di autodeterminazione che contrasta con il tessuto sociale di una comunità di una piccola cittadina del Kosovo rurale tenacemente legata alle secolari tradizioni che imbrigliano la vitalità delle due ragazze.
Dorina è per Venera quasi un Virgilio che guida Dante-Venera nelle acque limacciose che compongono la stagnante società patriarcale oppressiva , nel tentativo di uscirne e di sentirsi libere di camminare con le loro gambe in un mondo che fuori dalle barriere grette dell'ignoranza è pronto ad accoglierle (nel bene e nel male).



Lo scontro generazionale che Norika Sefa descrive è quello tra la vitalità delle due ragazze e la passività rassegnata dei loro genitori, soprattutto ben delineato nella figura della madre di Venera, mentre gli uomini appaiono come degli esseri infernali intenti solo ad esercitare il loro potere gretto e violento e a mantenere la figura femminile reclusa in casa a conservare una forma di "dignità" assurda e retrograda.
La prospettiva del racconto è quella di Venera che mostra una curiosità  molto sviluppata che si tramuta in desiderio di voler provare nuove esperienze, di affrancarsi dal giudizio e dal giogo della famiglia ( come in tutte le piccole comunità la ragazza ha sempre intorno qualcuno che può fungere da informatore per il padre...) , di emanciparsi da un luogo e da un ambiente che deprime e reprime.
Nonostante il finale non sia esattamente un inno all'ottimismo, la storia mostra la strada da seguire e rafforza la coscienza delle giovani generazioni, soprattutto femminili: la via per raggiungere l'affermazione della propria dignità è irta di ostacoli, molti sono i mostri da affrontare, ma alla fine la voglia di libertà , di giustizia , di affermazione di se stesse può condurre ad una crescita personale .
Norika Sefa, come gran parte delle sue colleghe appartenenti ad una primavera cinematografica kosovara  che in certi momenti appare addirittura stupefacente, tratteggia i contorni di  un personaggio con grande precisione e vivacità e al di là del merito della regista ,buona parte della riuscita dell'opera risiede nella scelta di due attrici non professioniste bravissime, capaci di mettere tutte se stessi nel personaggio fino a sovrapporsi ad esso, testimonianza di una vitalità e di una ricerca di emancipazione che si respira in ogni momento del film che le vede protagoniste.

lunedì 31 gennaio 2022

Celts [aka Kelti] ( Milica Tomović , 2021 )

 




Celts (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Celts, opera prima della regista serba Milica Tomović, presentata in prima mondiale alla Berlinale del 2021, riproposta in numerose altre rassegne con tanto di premi e riconoscimenti, arriva in Italia grazie al Trieste Film Festival, privilegiato ed essenziale punto di osservazione del cinema balcanico e dell'est Europa in genere.
La  regista di Belgrado  ci ha tenuto a far sapere che il suo voleva essere un lavoro che instillasse allegria, che divertisse , che fosse lo specchio delle generazioni in un periodo di grande difficoltà per il paese.
Il racconto è ambientato nel 1993, in piena dissoluzione della Jugoslavia percorsa da guerre interne in cui la Serbia è contrapposta alle altre repubbliche balcaniche , sprofondando in una drammatica crisi economica e di identità.
Minja compie otto anni e la famiglia gli organizza una festicciola a tema: tutti i ragazzini infatti indossano vestiti che richiamano le Tartarughe Ninja mentre i grandi (famigliari ed amici) passano il tempo in chiacchiere , bevendo e fumando. 



Quello che però in superficie pare un ambiente disteso e allegro, nasconde nel profondo insoddisfazioni e tensioni latenti che piano piano vengono a galla col passare del tempo e con lo scorrere del fiume di parole che i vari personaggi gettano sul racconto.
Attraverso una commedia/dramma da camera, quasi una piece teatrale, la regista ci mostra un ritratto di famiglia che vuole essere una proiezione di una società in profonda depressione, in cerca di una via maestra da seguire nello stesso modo in cui i vari personaggi cercano di uscire dalla loro solitudine e dai loro problemi: relazioni difficili, incomprensione, incomunicabilità,insoddisfazione profonda.
In alcuni momenti effettivamente il racconto si tinge di tinte umoristiche divertite, ma al fondo della storia rimane quel senso di dramma personale e collettivo che permea le esistenze.
La scelta di ambientare gran parte del film all'interno di un appartamento alla presenza di molte persone è risultata azzardata e al tempo stesso valida: la Tomović sa  muovere bene la camera da presa seppur in un ambiente che avrebbe potuto facilmente essere claustrofobico; ma nonostante le tematiche spesso conducano su lidi drammatici, l'atmosfera generale del film è ad ampio respiro pur rimanendo il ritmo del racconto non particolarmente brillante.

giovedì 20 gennaio 2022

Tre piani [aka Three Floors] ( Nanni Moretti , 2021 )

 




Three Floors (2021) on IMDb
Giudizio: 5/10

Solo un evento planetario  che ha sconvolto il mondo come la pandemia da Covid-19  poteva interrompere la cadenza quinquennale con cui Nanni Moretti ormai da quasi 30 anni presenta i suoi lavori; Tre Piani , terminato nel 2019 e in procinto di vedere la luce nel 2020 , viene invece presentato a Cannes nel 2021, dove ha ricevuto , soprattutto da parte del pubblico ,  una accoglienza trionfale ( valutazione basata sul minutometro di applausi): ben sappiamo come Cannes cerchi di fidelizzare i propri beniamini , e Moretti lo è di certo tra i maggiori, dispensando applausi e cori entusiastici, molto spesso a prescindere dal valore artistico della pellicola, più rivolti invece al personaggio e alla stima che raccoglie da anni in Francia.
Sta di fatto che l'accoglienza ricevuta dal pubblico ha un pesante contrappeso negativo da parte della critica, soprattutto nostrana, che spesso andando anche oltre le righe ( ma con Moretti purtroppo questo c'è da aspettarselo...), ha in buona parte stroncato l'ultima fatica del regista romano.
Che il cinema di Nanni Moretti sia cambiato, forse inevitabilmente , una volta approdato ad una diversa fase della vita personale e della carriera cinematografica, ci può anche stare, di sicuro, a partire da La stanza del figlio, Palma d'Oro a Cannes nel 2001, il regista ha messo da parte molta della verve anche pesantemente dissacratoria oltre che l'ironia e il sarcasmo per taluni aspetti della società , in favore di una visione più personale, intimistica che però conservava sempre al suo interno delle profonde venature derivanti dal suo passato cinematografico.



Tre piani , possiamo dirlo con tutta franchezza e anche con un po' di dispiacere , non solo perchè chi scrive si considera morettiano di ferro ( nel bene e nel male), è lavoro che si stenta a ricondurre all'autore di Mia madre o de La stanza del figlio: il cinema di Nanni Moretti sembra liquefatto e disperso all'interno delle stanze e lungo i piani  di un condominio borghese romano che funge da fulcro del racconto.
Per la prima volta il regista si cimenta con un testo non suo: l'ispirazione è il romanzo omonimo del regista israeliano Eshkol Nevo, e questa rimane l'unica citazione del testo letterario , perchè va assolutamente evitata la stucchevole disamina dell'eventuale aderenza della pellicola al libro: anzitutto perchè, volutamente, siamo all'oscuro del libro, inoltre perchè dopo decine di migliaia di film visti e e di libri letti, ancora non siamo riusciti a trovare un film che fosse aderente in pieno alle pagine  scritte, semplicemente perchè non è possibile.
Forse la scelta di manipolare un testo non originale ha contribuito alla riuscita deludente del film, sta di fatto che Tre Piani sembra semplicemente un lavoro di un regista come tanti che cerca di fare l'opera della vita, mescolando eleganza narrativa e visiva, influssi da thriller psicologico, dissertazioni sociali e antropologiche, analisi tendenzialmente grossolane sulla difficoltà dei rapporti interpersonali; ne viene fuori un ritratto di una borghesia cittadina  racchiusa nel suo livore e animata dalle sue dinamiche perverse, un condominio che diventa il crogiuolo di bassezze e rancori persino all'interno della stessa famiglia.
Nei tre piani del titolo vivono quattro nuclei famigliari che sin da subito si mostrano in qualche modo legati uno all'altro: quattro storie famigliari tutto sommato ovvie con esperienze comuni a tanti.
La coppia giovane con bambina sempre in affanno col lavoro e che si serve della gentilezza dei dirimpettai, una coppia di anziani, che gli ospitano la bambina quando sono assenti: la gentilezza dei dirimpettai diventerà sospetto atroce che divorerà i genitori soprattutto il padre, cui però il destino riserva una vendetta implacabile.

sabato 15 gennaio 2022

Unclenching the Fists ( Kira Kovalenko , 2021 )

 





Unclenching the Fists (2021) on IMDb
Giudizio: 8/10

Anche la giovane regista russa Kira Kovalenko è un altro prodotto di quella fucina di talenti che è la scuola di Aleksandr Sokurov che già aveva prodotto Kantemir Balagov, tra gli autori di punta , forse il capofila, del nuovo cinema russo , totalmente postsovietico in quanto generato da autori che non hanno conosciuto l'epoca socialista.
Come molti dei film diretti da questa nuova generazione di registi, anche Unclenching the Fists, è opera che va a scavare nel profondo dell'ex impero sovietico, mettendo in primo piano quelle che sono le profonde contraddizioni di una società che ha mantenuto usanze spesso millenarie che avevano resistito persino alla dominazione sovietica; il lavoro della Kovalenko si svolge infatti nella repubblica russa caucasica dell'Ossezia del nord, in una cittadina in declino come la sua fonte primaria di ricchezza e cioè la miniera attiva in epoca socialista, territorio che è stato inoltre, dissoltasi l'URSS, teatro di guerre e rivendicazioni etniche sanguinosissime.



In questo luogo racchiuso tra le montagne aspre e il passato comunista fatto di palazzoni in decadenza vive la giovane Ada, in una famiglia in cui manca totalmente la figura materna e che è dispoticamente governata da un padre possessivo e padrone; il fratello più piccolo vive con Ada , mentre il più grande , agli occhi della ragazza una sorta di eroe, ha lasciato la casa paterna e se ne è andato nella vicina Rostov abbracciando la vita cittadina; Ada vive le sue giornate aspettando il ritorno del fratello Akim, quasi un suo liberatore nella sua fantasia, che la affranchi un giorno dal pesante giogo paterno e le renda la libertà.
Ada però è una ragazza di animo nobile , sente comunque il legame per una famiglia seppur monca come la sua e quindi la sua speranza di fuggire altrove si scontra con l'affetto che comunque prova per il vecchio padre e per il fratello più piccolo.
Quando Akim finalmente torna a casa, Ada crede e spera che sia giunto il momento di andarsene , ma il crescente senso di ribellione che segue l'ennesimo rifiuto del padre a restituirle i documenti, la menomazione fisica che la opprime, esito di un episodio che fa chiaramente riferimento alla strage di Beslan in seguito alla quale le ferite riportate le hanno causato gravi disturbi che il padre ossessivamente si ostina a non voler risolvere attraverso un intervento chirurgico, gettano la ragazza nella disperazione e nella convinzione di essere pronta a tutto pur di lasciare una volta per tutte quella prigione che è diventata la sua casa.
Opera dal profondo senso umanistico che riesce a scavare con lucidità nella condizione di una ragazza che vive con frustrazione i suoi sogni e le sue speranze, Unclenching the Fists attraverso, il velo squarciato su una realtà lontana , dispersa in un ex impero che ha lasciato dietro a sè macerie fumanti, tratteggia con grande forza evocativa il ritratto di un personaggio che combatte la sua guerra di liberazione, contro una società patriarcale legata a vecchie abitudini, dopo che sul suo corpo è impressa la violenza che ha dominato per molto tempo le dinamiche etniche e religiose di quella terra.

sabato 8 gennaio 2022

Titane ( Julia Ducournau , 2021 )

 




Titane (2021) on IMDb
Giudizio: 4.5/10

Il Festival di Cannes, lo sappiamo, ormai insegue quello che è il suo sogno segreto: diventare il contraltare europeo e "di qualità" degli Oscar Hollywoodiani dove poter esaltare una grandeur cinematografica che non appartiene più alla Francia da decenni ormai: in tale ottica non deve stupire l'assegnazione della Palma d'Oro a Titane della regista Julia Ducournau, per un film che si fa già fatica a considerarlo in un concorso di un Festival.
Piuttosto c'è da scommettere che tra qualche anno il film verrà ricordato solo e soltanto per la ridicola gaffe del presidente della Giuria Spike Lee che durante la cerimonia di chiusura, manco fosse un demente incartapecorito, ha rovinato la festa annunciando anzitempo il vincitore, cosa mai avvenuta nella prestigiosa rassegna.
Per sgomberare subito il campo da equivoci , è bene affermare in maniera netta che Titane è lavoro sconclusionato, raffazzonato, in alcuni tratti rasenta il ridicolo, carico di una presunzione cinematografica che non fa onore ad una regista che aveva fatto centro alla grande col suo film d'esordio, il cannibalesco Raw e che si regge in piedi barcollante proprio soltanto grazie alle doti di regia di Julia Ducournau, che pur in un film tutt'altro che riuscito ha mostrato di aver indubbiamente talento.



Tutto ciò non fa altro che far sorgere il dubbio che il film sia carente soprattutto nella sceneggiatura e nella sua smodata ambizione di raccontare qualcosa che risulta alla fine di una ovvietà e di una superficialità sconcertanti.
Il film narra la storia di Alexia una giovane che da ragazzina subì un delicato intervento chirurgico nel quale le fu impiantata una placca di titanio  sulla calotta cranica in seguito ad un incidente stradale; curiosamente da adulta si guadagna di vivere esibendosi in danze voluttuose su macchine esposte in fiere e rassegne e soprattutto ha sviluppato un legame morboso con le auto al punto di consumare rapporti sessuali con esse(!!!) rimanendo addirittura gravida ( di cosa si scoprirà più tardi); inoltre , tanto per non farci mancare nulla, ammazza la gente , chiunque osi avvicinarsi a lei, anche con atteggiamenti affettuosi, come la collega di lavoro Justine e alla fine fa fuori pure il padre e la madre non si capisce bene perchè.
Quando capirà di essere ricercata prenderà le sembianze di un ragazzino scomparso anni addietro e che secondo una ricostruzione computerizzata assomiglierebbe incredibilmente a lei, ammesso fosse vivo ancora.
Il padre del ragazzino non si porrà alcun dubbio e la riconoscerà come il figlio, motivo per cui Alexia dovrà non solo incerottarsi per coprire le forme ma anche la gravidanza che avanza.
Meglio non proseguire oltre , rischio spoiler e racconto di momenti cinematografici onestamente imbarazzanti, considerato un finale che rasenta quasi il ridicolo.
Finita la visione di Titane ho velocemente rivisto quanto scrissi sull'osannata opera prima della regista francese e repentinamente mi è sorta una domanda nella testa: perchè dare lo stesso nome alle protagoniste di entrambi i film? In Raw la protagonista è Justine, qui l'amica che la protagonista ammazza senza pietà, e Alexia è la sorella, in Titane troviamo gli stessi nomi; vuole forse la regista creare un sottile filo che lega i due lavori? su una cosa Raw e Titane camminano di pari passo, ed è probabilmente l'ossessione cinematografica che più interessa la regista: la trasformazione dei corpi, il disfacimento e la mutazione che essi subiscono in un processo apparentemente inarrestabile.
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