venerdì 14 aprile 2023

Palm Trees and Power Lines ( Jamie Dack , 2022 )

 




Palm Trees and Power Lines (2022) on IMDb
Giudizio: 6/10

Dopo aver riscosso premi e giudizi lusinghieri al  Sundance Film Festival ( e questo tutto sommato non stupisce...) Palm Trees and Power Lines infatua anche il Festival di Torino dove conquista il premio per il miglior film e la migliore sceneggiatura.
L'esordio alla regia nel lungometraggio di Jamie Dack prende spunto da un corto dal titolo omonimo di quattro anni prima della stessa regista, in cui mantenendosi sempre nel solco di quel cinema indie sempre più didascalico e manieristico, il racconto vaga tra il coming of age, il dramma della solitudine e la triste e profonda riflessione sulle dinamiche del potere tra vittima e carnefice.
La storia si impernia intorno a Lea diciassettenne inquieta, solitaria e silenziosa, in perenne conflitto con una madre instabile, e vittime entrambe del collasso di una famiglia frantumata; anche il suo rapporto con l'ambiente esterno , amici idioti e sessuomani, amiche superficiali e futili, giornate sempre uguali a non far nulla in una provincia suburbana che annienterebbe  chiunque, è tutt'altro che sereno.
In questo mare stagnante emotivo in cui galleggia la ragazza, l'incontro casuale con un uomo molto più grande di lei ha il tipico effetto della deflagrazione in una tranquilla giornata assolata di estate.



Tom dice di essere un imprenditore, si mostra gentile con la ragazza e ben capisce lo stato di sudditanza psicologica nella quale la ragazza sin da subito si pone, soprattutto perchè vede in lui e nelle sue chiacchiere una possibile via di fuga dall'oblio in cui tira avanti.
Ma mano che passa il tempo lui diventa sempre più un imitatore da baraccone di un James Dean di provincia , lei non capisce la trappola in cui la sta immobilizzando e la storia da coming of age svolta verso il dramma generazionale e il racconto di un rapporto in cui non esiste il minimo equilibrio sentimentale ed emozionale.
L'impianto complessivo del film rende merito ad una regista che sposa in pieno alcune di quelle caratteristiche tipiche di certo cinema indie americano sempre pronto a cavalcare le onde dell'emotività sullo sfondo sociale: l'ambientazione suburbana schiacciata tra la metropoli (Los Angeles in particolare) e una provincia abbrutente, la protagonista problematica in lotta con la società e con se stessa ( ed in qualche modo, soprattutto col finale,  anche il Don Giovanni de noiantri sembra poter appartenere a questa categoria, sovvertendo in parte lo schema fino a quel momento stabilito), una dominanza di colori tenui, quasi un flou ad attenuarli, i tramonti immancabili, le famiglie disgregate, tutti topoi che appartengono in maniera quasi codificata ormai a un certo tipo di cinema indipendente americano, troppo spesso più interessato a mostrare questi canoni stilistico-narrativi che a scavare realmente in fondo alle storie.
Indubbiamente la regista mostra una buona mano ferma nel dirigere il film e la scrittura anche ha i suoi pregi, ma questo costante rimanere aggrappati a stili, situazioni, linguaggio e immagini danno una forte connotazione di già visto molte, forse troppe volte.

giovedì 6 aprile 2023

The Point Men ( Yim Soonrye , 2023 )

 




The Point Men (2023) on IMDb
Giudizio: 5.5/10

Nel 2007 un gruppo armato talebano, rapì una comitiva di sconsiderati missionari coreani introdottasi in Afghanistan, nonostante i divieti e le raccomandazioni del governo, per una fantomatica missione umanitaria; il rapimento aprì una enorme crisi politico diplomatica che vide in prima linea il governo coreano, per la prima volta di fronte ad una problematica simile, quello Afghano uscito dall'epoca post talebana e i talebani appunto, ben lungi dall'essere sconfitti, come poi dimostreranno drammaticamente i fatti negli anni seguenti.
Prendendo spunto da questo clamoroso fatto di cronaca, la regista Yim Soonrye , arricchendolo con una robusta dosa di elaborazione narrativa romanzata ( come specificato nei titoli di testa), racconta i giorni che tennero tutto il paese col fiato sospeso attraverso la prospettiva dei due protagonisti (eroi) intorno alle cui figure è imperniato tutto il film al punto che col passare del tempo , questo diventa sempre più una di quelle pellicole che si plasmano addosso ai protagonisti, nella fattispecie interpretati da due attori top nel panorama coreano, Hyun Bin e Hwang Jungmin.



Il primo è un agente dei servizi speciali, il secondo uno stimato diplomatico governativo che vengono chiamati a capo della missione che deve cercare di risolvere , in terra afghana,  la crisi e riportare a casa i rapiti, missione tutt'altro che semplice in considerazione del fatto che i Talebani, asserragliati tra le montagne, richiedono per la loro liberazione, il rilascio da parte delle autorità afghana di alcuni militanti incarcerati.
Il film insomma si incanala sin da subito su canoni piuttosto classici , un mix di thriller, spionaggio e azione, che il cinema coreano riesce quasi sempre a rendere di livello apprezzabile.
In questo caso però la totale assenza di qualsiasi prospettiva che interessi i rapiti, la mancanza totale di un qualsivoglia tratto narrativo che affronti il tema centrale di quanto accadde e cioè l'assoluta scelta folle e sconsiderata di una ciurma di esaltati di intraprendere una fantomatica missione umanitaria, l'eccessivo calcare la mano su alcuni aspetti della storia (i talebani che sembrano usciti da un fumetto, alcune dinamiche diplomatiche che appaiono molto superficiali e poco credibili, una storia che si appiattisce sempre di più sul genere action quasi dozzinale),fanno sì che l'unica, o quasi , ancora di salvezza, diventi la coppia di attori, indubbiamente bravi che cercano di dare spessore ai due personaggi, che ove si eccettui un passato traumatico e pieno di rimorsi da parte dell'agente segreto Hyun Bin cui si accenna spesso nel film, non possiedono neppure quella profondità che un ruolo del genere meritava, una sola ovvia contrapposizione inizialmente anche dura tra l'uomo del dialogo e quello d'azione, anche per esaltarne le doti di recitazione che indubbiamente esistono.

giovedì 30 marzo 2023

Return to Dust / 隐入尘烟 ( Li Ruijun / 李睿珺 , 2022 )

 




Return to Dust (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Dopo essere stato presentato alla Berlinale del 2022, aver riscosso qualche mese dopo un clamoroso trionfo al FEFF di Udine, aver incamerato un sorprendente successo nelle sale in Cina e una altrettanto oscura sparizione dai cinema locali per intervento della attentissima seppur tardiva censura, Return to Dust di Li Ruijun arriva nelle sale italiane per la fine di marzo, grazie alla lungimiranza e sensibilità della Tucker Film, ormai definitivamente affermatasi come straordinario veicolo di Cinema di qualità, soprattutto per quello dell'estremo Oriente.
Dopo alcune esperienze non propriamente trionfali che guardavano più al blockbuster che al cinema di qualità il regista cinese Li Ruijun torna a volgere lo sguardo indietro, verso quel momento cinematografico di importanza fondamentale che è stato quello della Quinta Generazione prima e della Sesta poi.
E' praticamente impossibile, anche dopo pochi attimi della visione dell'opera , non tornare a intravedere quelle immagini e quelle tematiche che sono state il patrimonio di Chen Kaige e di Zhang Yimou che ha aperto la strada ad una delle stagioni cinematografiche più importanti del cinema moderno.
Il racconto intessuto da Li , anche sceneggiatore in questo caso, si struttura sin da subito su una impalcatura esilissima, quasi minimalista: due reietti, due presunti rifiuti inutili di una società che va disgregandosi, due pesi per le ambizioni e le aspirazioni delle rispettive famiglie, vengono maritati seguendo quello che ancora oggi è un istituto molto utilizzato nelle comunità rurali cinesi tradizionali, il matrimonio concordato, di fatto una imposizione per i diretti interessati, divenuti ormai un peso insopportabile per le rispettive famiglie.



Le campagne si svuotano, sotto i colpi dei provvedimenti intrapresi dal governo per combattere la povertà  trasferendo i contadini nelle nuove aree urbanizzate alla periferia delle grandi città, ma Youtie e Guiying non conoscono altra vita che non sia quella dei campi, il loro matrimonio gli porta in dote una catapecchia malmessa , ben lontano dal nido d'amore che ogni fresco sposo si immagina, anche perchè i due ormai hanno raggiunto una età in cui forse i sogni non trovano più spazio, lei inoltre è anche disabile, esito di botte rimediate in famiglia, oltre che sterile, peccato mortale e ludibrio per una donna cinese.
Ma i due , prototipi di quella fetta di popolazione tagliata fuori dal progresso e dalla ricchezza, hanno dalla loro la gentilezza d'animo, l'empatia per capire che essendo uno l'aiuto per l'altra possono affrontare le difficoltà che quella vita fatta di schiena spezzata nei campi, freddo atroce d'inverno e caldo asfissiante d'estate (siamo nel Gansu, regione del nord ai confini con le aree desertiche prossime alla Mongolia) ha ben poco altro da offrire. 
Pian piano i due passano dal quasi ignorarsi, alle prime parole, ai primi gesti gentili, alle prime grezze ma profonde riflessioni sulla vita, sul destino proprio e di quanto li circonda, sull'importanza delle radici che li tengono legati a quella terra così bella ma così difficile e spietata; diventano insomma una coppia vera , nella quale l'appoggio reciproco, la gentilezza, l'offrire il proprio conforto all'altro  fanno da indissolubile collante.
Youtie, Guiying e il loro asinello, emblema di una natura che va rispettata, perchè se così si agisce essa potrà essere clemente e con essi vediamo il trascorrere del tempo scandito dal passare delle stagioni e quindi delle fatiche nei campi o nel costruirsi la casa visto che i continui tentativi di forzare il loro trasferimento in città, che tra l'altro vedrebbe anche una bella quota di soldi ottenuta come incentivo dallo stato, vanno sistematicamente a vuoto; qui sono le nostre radici, qui abbiamo scritto il nostro destino, anche il grano ha il suo destino scritto, ripetono i due.

lunedì 20 marzo 2023

Nope ( Jordan Peele , 2022 )

 




Nope (2022) on IMDb
Giudizio: 7/10

Dopo due opere alle spalle in cinque anni, un Oscar come migliore sceneggiatura originale, un credito smisurato acquisito grazie alle tematiche allegoriche che tracimano dai suoi film sui temi sociali e politici tipicamente americani, Jordan Peele è diventato uno di quei registi per i quali l'attesa dei suoi nuovi lavori diventa addirittura spasmodica, come è stato in effetti per Nope, atmosfera alimentata da un silenzio quasi totale sul tema del film e da furbe immagini lasciate trapelare che non facevano altro che aumentare l'attesa.
A questa fase di attesa quasi messianica fa poi inevitabilemnte seguito quella dell'interpretazione del film in ogni suo fotogramma che conduce ad una valanga di chiacchiere, ipotesi, teorie che scompongono l'opera in mille frammenti dietro i quali mettere in moto i nostri neuroni, le nostre dotte conoscenze e la cultura personale per cercare di spiegare quello che a volte non può essere fatto, perchè il Cinema, grazie al cielo, è rimasta pur sempre un'arte nella quale l'emozione riesce spesso a travalicare la ragione, facendosi essa stessa tematica del film.
La premessa è d'obbligo perchè se si scende troppo nella sinossi si rischia lo spolier, se non si analizza tutto ciò che è contenuto in Nope si rischia di darne una lettura superficiale; di certo si cercherà di evitare "spiegoni" fiume che fluttuano nell'aria come enormi palloni.



Nope è classificato, come Get Out e come Us , film horror, cosa che ha elevato il regista a novello maestro del genere: niente di più sbagliato, perchè Jordan Peele semmai ha dato lustro al film sull'inquietudine, sulla tensione che monta silenziosa, sparpagliata su vari generi che si mescolano nella trama narrativa: commedia , a tinte nere spesso, thriller, più spesso psicologico, satira sociale, western e fantascienza nel caso di Nope.
Il confluire di ciò crea quella tensione spasmodica che si nutre del senso di inquietudine che ci prende durante la visione: tutto ciò è forse il merito maggiore del cineasta americano, unito ad una capacità di scrittura indubbiamente originale.
Affermare però che Nope sia film perfettamente riuscito appare azzardato in quanto è la classica opera che , come già in parte per le precedenti, soffre di una certa ridondanza che trova difficoltà poi a coagularsi in un racconto completo.
OJ ed Emerald, fratello e sorella, gestiscono un ranch che mette a disposizione del cinema e della tv  cavalli per le riprese, hanno ereditato l'azienda famigliare dal padre morto in circostanze assurde (pioggia di detriti provenienti non si bene da dove, ma poi si saprà...); quando iniziano ad avvenire  strani fenomeni che fanno pensare ai due che ci sia una entità aliena  che si aggira intorno al ranch, i due decidono di riempire la proprietà di telecamere per poter immortalare la presenza e poter sfruttarne le immagini ottenendo gloria e denaro.
In effetti l'entità esiste ed è tutt'altro che benevola e metterla su pellicola non è certo operazione semplice, a maggior ragione quando lo strano essere dà segno di sè anche presso un altro ranch appartenente a Jupe Park un ex stella prodigio della tv che acquista i cavalli da OJ costretto a vendere per le difficoltà economiche.

giovedì 16 marzo 2023

Peter Von Kant ( François Ozon , 2022 )

 




Peter von Kant (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Nel 1972 Rainer Werner Fassbinder presentava al Festival di Berlino la versione cinematografica di una sua opera teatrale, rimasta fino ad allora inedita; il regista viveva in quegli anni la fase più prolifica della sua carriera e Le lacrime amare di Petra Von Kant fu accolto con grande favore dalla critica, soprattutto da quella fetta che lo aveva eletto a cineasta di culto, nonchè artefice della rinascita del cinema tedesco.
50 anni esatti dopo il Festival di Berlino del 2022 decide di omaggiare il regista in occasione del quarantennale della morte, aprendo la rassegna con il tributo di François Ozon a quello che è stato  uno dei suoi punti di riferimento culturali cinematografici: Peter Von Kant è infatti una straordinaria operazione che omaggia l'opera e l'uomo e al tempo stesso lo stesso Ozon che già nel 2000 agli albori della sua carriera aveva indicato Fassbinder come uno dei suoi pilastri di riferimento mettendo su pellicola Gocce d'acqua su pietre roventi, testo del regista tedesco.
Con la lettura personale  di quella che è stata anzitutto una opera teatrale, il regista francese, modifica e manipola qualche ingranaggio per rendere il testo ancor più vicino a se stesso, senza però comprometterne la forza drammatica che contiene, costruendo un processo di identificazione opera-autore che alla fine risulta molto ben riuscito e ricco di riferimenti.



La storia raccontata, a parte piccole variazioni quale il cambio di genere dei protagonisti e una certo alleggerimento delle atmosfere da dramma da camera teatrale, rimane fedelissima all'originale, raccontando una storia d'amore omosessuale intrisa di passione , follie e autodistruzione  attraverso la figura del protagonista Peter Von Kant.
Quest'ultimo è un regista affermato (altra variazione, non casuale, del testo) ,  artefice di una vita eccessiva, fatta di rapporti amorosi non sempre appaganti, padre di una figlia nata da un matrimonio fallito, vive a Colonia ( dove però si parla francese...) insieme ad un suo tuttofare che subisce silenziosamente le stranezze e le vere proprie angherie del protagonista.
La sua attrice feticcio (una sorprendentissima Isabelle Adjani) gli presenta un giovanotto magrebino del quale Peter si infatua a prima vista, da poco giunto in città in cerca di fortuna; tra i due nasce una relazione che appare subito sbilanciata e che consente comunque al ragazzo , Amir Ben Salem ( rammentiamo il nome perchè non è un caso che sia quello...), di poter entrare trionfalmente nel mondo del cinema.
La relazione amorosa che scivola sempre più verso la fine, contribuisce a portare Peter sull'orlo del baratro consumato dal dolore e dalla sua tendenza all'autodistruzione, professionale e personale.
E' già chiaro con leggendo queste brevi note sinottiche che l'aderenza al testo e alla versione cinematografica di Fassbinder non è completo, ma ogni modifica che Ozon ha introdotto è perfettamente funzionale a far sì che il suo lavoro non sia solo un omaggio all'ingegno letterario e cinematografico di Fassbinder, ma un tributo al regista stesso che Ozon tenta di compenetrare nell'opera stessa fino al punto che non si riesce quasi a valutare se il centro della pellicola sia la storia di Peter Von Kant oppure la figura del regista stesso.

venerdì 10 marzo 2023

Ruido-Una voce che non si spegne [aka Noise] ( Natalia Beristain , 2022 )

 




Noise (2022) on IMDb
Giudizio: 7/10

Da quando il governo messicano ha rilanciato la guerra al narcotraffico che appesta la vita del paese,  la violenza che imperversa in Messico ha raggiunto livelli insostenibili, producendo, oltre a morti e feriti, circa 100 mila desaparecidos, fenomeno dietro al quale si celano i loschi traffici che fioriscono all'ombra di questo conflitto che ha ben pochi uguali nel mondo.
Traffico umano legato alla prostituzione, rapimenti a scopo di estorsione (quasi sempre conclusisi con la sparizione della vittima),  rotta dell'emigrazione gestita da bande armate, complicità di settori di polizia esercito e governo, hanno reso il paese centroamericano, cerniera fondamentale tra Sudamerica (produzione di droghe) e Nord America e Occidente (mercati finali del prodotto) un territorio dove la legalità per larghi tratti viene regolarmente stracciata.
In questo scenario che ormai da almeno un ventennio caratterizza il Messico si svolge il racconto che la regista Natalia Beristain mette al centro della sua ultima opera Ruido-Una voce che non si spegne: la protagonista è infatti Julia una donna che da molti mesi è alla ricerca di una figlia scomparsa durante una vacanza e di cui non sa più nulla nonostante la donna si sia dedicata anima e corpo per poter rintracciare la ragazza.



Nella sua instancabile opera fatta di riconoscimenti di cadaveri e di speranze andate fallite la donna si trova di fronte da un lato l'ignavia e la corruzione delle forze di polizia e dall'altro ad una fitta rete di persone che vivono la sua stessa condizione e che si battono per riuscire ad avere notizie certe sul destino dei loro cari, unita da una solidarietà solida con la quale cercano di superare il dolore di una condizione che spesso non trova una fine nè con un ritrovamento del congiunto vivo nè tanto meno morto.
La regista con molto coraggio affronta il tema dei desaparecidos in Messico senza enfatizzare o romanzare, per larghi tratti Ruido sembra quasi un film di cronaca tanto la prospettiva della regista si mantiene asettica, concentrata solo sul descrivere il meglio possibile la condizione in cui si trova la protagonista.
Ruido è chiaramente un film di denuncia, sociale e politica, che affronta una tematica contingente che solo apparentemente può ritenersi esclusivamente un problema interno al Messico, anche se ovviamente lo riguarda prevalentemente, ma è soprattutto un tentativo della regista di scavare, attraverso la storia di Julia, nell'animo di coloro che hanno dedicato la vita alla ricerca dei loro cari scomparsi.
Julia ( una straordinaria Julieta Egurrola)  abbandona il suo lavoro di artista, si separa da un marito che troppo presto, forse per non essere in grado di sopportare il peso della situazione, si arrende continuando a vivere nel silenzioso dolore, non teme di affrontare gli inetti poliziotti e funzionari governativi quanto meno complici di molte situazioni illegali, si affida alla solidarietà di chi vive il medesimo dramma, non smette di vedere cadaveri, spesso pagando i poliziotti prima che i corpi vengano portati via,  trova in una coraggiosa giornalista un appoggio insperato nella sua interminabile ricerca ,riesce forse ad avere una definitiva informazione che possa mettere a tacere il senso di frustrazione e di perenne attesa: ne esce un ritratto potente, carico di umanità e di dolore , nonostante la forza mostrata dalla protagonista.

mercoledì 1 marzo 2023

Walk up ( Hong Sangsoo , 2022 )

 




Walk Up (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Seguendo uno schema ormai quasi consolidato, Hong Sangsoo anche nel 2022 sforna due film uno dei quali si aggiudica l'Orso d'Argento Premio Speciale della Giuria alla Berlinale, consolidando una tradizione che ormai è incrollabile come lo sono gli appuntamenti che scandiscono la carriera del regista coreano: Walk Up è la seconda opera del 2022 , presentata a Toronto ed in seguito a San Sebastian e rappresenta l'ormai ennesimo racconto che Hong sembra cucirsi addosso con intenti narrativi a forte impronta autobiografica, caratteristica di larga parte dei lavori sfornati da qualche tempo a questa parte che  hanno portato l'autore a rivolgersi verso se stesso e a guardarsi dentro piuttosto che a dipingere quella carrellata di personaggi, a volte quasi grotteschi, perennemente in lotta con la vita e con se stessi, che animavano le opere di Hong fino a qualche anno orsono.
La storia si apre con Byungsoo, un regista , ennesima proiezione di se stesso nel corpo dell'ormai alter ego principe del regista, l'attore feticcio Kwon Haeyeo, che si reca con la figlia Jeongsu a far visita ad una sua vecchia amica, Ms Kim; questa è una interior design cui il regista vorrebbe affidare la figlia intenzionata ad intraprendere quella carriera; è chiaro sin da subito che tra i due esiste qualcosa che proviene dal passato che va al di là della semplice amicizia.



Da questo punto il film procede attraverso quattro quadri, e qualche scena di passaggio, una sorte di interludio, che si svolge all'interno di una palazzina di proprietà di Kim nella quale a diversi piani sono posizionati un ristorante, un atelier da artista ed un appartamento con terrazzo.
Con un andamento ellittico che si concretizza nel finale, assistiamo a situazioni che si imbricano nel tempo e nello spazio che sono i due veri padroni nel film, insieme alle innumerevoli bottiglie di vino ( stavolta la fa da padrone , per il soju c'è solo una parziale rivincita nel finale) che diventano l'anticamera del sogno e dell'aspetto onirico del film, ed un incredibile copertina di un LP di Fausto Papetti in bella mostra in uno degli ambienti in cui si svolge il film, la cui presenza nel contesto del film sarebbe la prima domanda che oserei porgere al regista in una ipotetica intervista  ( dopo il Morandi di Bong Joonho, ora il Papetti di Hong...)
Riducendo all'osso, direi quasi ad un minimalismo non solo narrativo , ma soprattutto tecnico e strutturale, grazie ad  un bianco e nero molto classico , Hong lascia il suo alter ego scorrazzare nel tempo ( quanto non sappiamo ma è chiaramente individuabile il suo trascorrere) e nello spazio della palazzina , ogni piano della quale sembra offrire dei connotati narrativi alla storia nel suo insieme, al cui centro, mai come in Walk up, ci sono le interminabili chiacchiere e discussioni tra i protagonisti, seduti al tavolino con l'immancabile alcool che aiuta a sciogliere il ghiaccio che immobilizza un po' tutti: il regista che vede il suo ultimo lavoro in pericolo per i soliti problemi con il produttore, la proprietaria del ristorante con la quale avrà una relazione che si spertica in lodi dei suoi film senza però saper spiegare perchè le sono tanto piaciuti se non ripetere all'infinito un banale "mi divertono e bevo sempre prima di vederli" , la salute del regista traballante, un'altra relazione con una donna animata da un sano pragmatismo e con la quale Byungsoo si lancia in un accorata e febbrile riflessione sulla religione con tanto di crisi mistica, momenti di passaggio tra sogno e realtà, un procedere del racconto la cui dinamicità è data dal salire o scendere le scale dei personaggi.

giovedì 16 febbraio 2023

The Northman ( Robert Eggers , 2022 )

 







The Northman (2022) on IMDb

Giudizio: 6/10

Giunto alla sua terza opera che segue The VVitch e The Lighthouse, film che hanno contribuito a delineare in maniera netta i contorni di un cineasta tra i più interessanti apparsi negli ultimi anni, Robert Eggers con una robusta dose di ambizione sceglie un racconto che già di per sè si presta, come vedremo, a molteplici approcci narrativi ; in più, trattandosi di produzione a budget cospicuo il confronto con il blockbuster diventa praticamente inevitabile per un autore che invece aveva fatto del cinema d'autore e di nicchia il suo spazio artistico.
Con shakespiriano piglio Eggers si confronta con il racconto epico-tragico che portò il grande drammaturgo inglese   a scrivere l'Amleto, ispirandosi alla saga nordica contenuta nel racconto danese di Saxo Grammaticus: una storia di vendetta e di violenza ambientata sul finire del primo millennio.
Il principe Amleth , ancora giovinetto, assiste al brutale assassinio del padre-re e al rapimento della madre-regina per opera del truce fratello del sovrano, riuscendo a sfuggire alla morte grazie alla sua astuzia e alla sua innata capacità di sopravvivenza cui il padre lo aveva allenato sin da giovane tra danze macabre, scorregge, rutti e tutto il corollario tribale imposto dalle tradizioni e dalla religione.
Riparato presso una popolazione vikinga, Amleth medita la vendetta ogni minuto della sua vita fino a quando ispirato da spiriti a lui benevoli viene a sapere che lo zio usurpatore è fuggito in Islanda perchè deposto da un re norvegese: il destino pone quindi davanti ad Amleth l'occasione giusta per placare la sua ossessione di vendetta.



Pur rimanendo nel solco del folklore e della leggenda iniziato a tracciare con le opere precedenti, The Northman è opera che si discosta molto da questa, non tanto per il tema trattato e per i riferimenti storico-culturali, ma soprattutto per la costruzione del film stesso: laddove il cinema di Eggers si caratterizzava per una funzionalissima originalità sia di scrittura che di messa in scena, alimentata fondamentalmente da una rivisitazione autoriale dell'horror, subentra con l'ultima fatica una attenzione verso il pubblico ed in ultima analisi verso il botteghino che caratterizza quella che appare come la vera sfida contenuta nella pellicola e cioè costruire un blockbuster conservando una autorialità sofisticata e francamente individuabile subito, operazione difficile ambiziosa e che molto spesso ha prodotto danni inenarrabili nel Cinema.
Che The Northman sia opera che porti la firma di Eggers è abbastanza chiaramente comprensibile, che la spettacolarità di ampia presa abbia il sopravvento sullo stile e sulla filosofia cinematografica dell'autore lo è altrettanto, col risultato che la pellicola rimane nel guado per tutta la sua cospicua durata, tralasciando troppo spesso aspetti fondamentali come il tratteggio dei personaggi, la riflessione sulla forza dirompente e destruente della ricerca della vendetta che non sia soltanto ruggiti animaleschi ed efferati gesti, la trattazione quasi filosofica che la scelta di Amleth comporta , impregnata di intimismo e di riflessione aspetto che invece privilegiò Shakespeare.
Il risultato è una opera spettacolare, roboante in alcuni momenti, ma che troppo spesso si ferma alla superficie di una violenza truce che non trova quasi spiegazione se non in superficiali descrizioni di riti e di tradizioni primordiali, quasi un compendio storico-flokloristico di una civiltà  che all'occhio di noi occidentali appare primitiva e sanguinaria.

lunedì 6 febbraio 2023

Decision To Leave ( Park Chanwook , 2022 )

 




Decision to Leave (2022) on IMDb
Giudizio: 9.5/10

Vincitore del Premio per la regia all’ultimo Festival di Cannes, doppiando quindi i riconoscimenti ottenuti negli ultimi 18 anni dapprima con Old Boy e quindi con Thirst, inspiegabilmente lasciato fuori dalla cinquina finale degli Oscar, nonostante sia largamente superiore a tutti quelli inseritevi, Decision to Leave , ultima fatica di Park Chanwook ,grazie alla Lucky Red, trova una distribuzione italiana stranamente tempestiva, segnale , forse, che, soprattutto per l’opera di alcune case di distribuzione un po’ più lungimiranti e meno ossessionate dal botteghino, i tempi stiano finalmente cambiando con l’idea che anche cinematografie che storicamente hanno meno penetrazione nel panorama italiano possano finalmente trovare lo spazio che meritano.
L’opera del regista coreano ci consegna una figura di cineasta definitivamente ed inequivocabilmente tra le più grandi del Cinema moderno, un autore che ha saputo percorrere sentieri variegati, a volte addirittura divergenti pur di sperimentare e di consolidare il suo concetto di cinema classico, pur partendo da opere ( si pensi alla Trilogia della vendetta) che sono state al contempo tra le più deflagranti del cinema del nuovo millennio e che hanno creato una scia di ammiratori , al limite del fanatismo, in ogni angolo del mondo.
Ma sul discorso dell’idea di Cinema di Park converrà tornare in seguito, con più attenzione , perché è uno degli argomenti più importanti che emerge da Decision to Leave in particolare, ma dall’opera omnia del regista in generale.



Il racconto del film si snoda intorno alla figura di Haejoon, stimato detective della polizia di Busan, insonne e spesso impegnato in appostamenti notturni, ossessionato dai cold case irrisolti che gli pesano sul collo come macigni, rammentati in maniera macabra da una parete  di casa interamente tappezzata di foto di cadaveri di persone che cercano ancora giustizia; il detective ha anche una vita privata, a sua volta molto ordinaria ( la moglie lo accusa di avere bisogno di omicidi su cui indagare per sentirsi vitale), in cui tutto sembra ordinato e piatto ed una moglie che si preoccupa che il loro rapporto comunque non vada in crisi.
Quando si trova ad indagare sulla morte di un uomo dal passato non proprio cristallino avvenuta per una caduta durante una scalata in montagna, Haejoon si convince subito che non si è trattato di incidente, a maggior ragione quando incontra la giovane moglie dell’uomo,Seorae, una cinese immigrata da alcuni anni in Corea, che a suo dire non maneggia ancora a pieno la lingua.
L’incontro è un fulmine a ciel sereno per il detective, anche perché , oltre alla repentina attrazione per la donna , cresce altrettanto rapidamente la convinzione che questa non sia totalmente estranea alla morte del marito.
Da qui parte un racconto che si sviluppa su vari binari, tra i quali emergono quello puramente da thriller procedurale e quello più torbido di una attrazione che si trasforma immancabilmente in una storia d’amore dove disperazione e melodramma si accavallano.
Inutile dire, come hanno fatto tutti, visto che è innegabile , che il punto di partenza di Decision to Leave è il cinema di Alfred Hitchcock, sebbene Park abbia smentito qualsiasi forma di citazione o riferimento; se è vero che la tematica in effetti ha prodotto centinaia di opere cinematografiche, è anche vero che il film di Park nel suo insieme va confrontarsi coi capolavori di stampo antico, quel cinema classico, senza tempo che rimane un archetipo cui pochi possono tendere.
Se il punto di partenza è quindi Hitchcock inteso come modello ancestrale, Decision to Leave regala in alcuni momenti le stesse emozioni del miglior Wong Karwai, quello di In The Mood For Love per intenderci, capace di raccontare come pochi un amore proibito, tribolato, sussurrato quasi con pudore ma al contempo animato da una forza e da una sensualità dirompenti.

Argentina,1985 ( Santiago Mitre , 2022 )

 




Argentina, 1985 (2022) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Una delle prime decisioni adottate da Raul Alfonsin, primo presidente democraticamente eletto in Argentina dopo 7 anni di dittatura da parte di una giunta militare tra le più sanguinarie che la storia recente ricordi, fu quella di mettere alla sbarra i protagonisti scellerati di quegli anni di terrore; al rifiuto da parte dei tribunali militari di processare i vertici delle tre armi, tutti protagonisti della giunta, l'incombenza fu demandata ad un tribunale civile appositamente costituito in cui l'accusa fu affidata a Julio Cesar Strassera, magistrato esperto, coadiuvato da un team di giovani avvocati, alcuni dei quali neolaureati, e da Luis Moreno Ocampo, un giovane magistrato, come suo collaboratore più stretto.
Con pochissimo tempo a disposizione rispetto all'inizio del processo, una mole imponente di documenti raccolti e da analizzare, un clima misto di paura e sfiducia riguardo ad una società argentina ben lungi dall'essersi lasciata alle spalle le sue simpatie per i militari, Strassera riesce a mettere in piedi il processo che porterà in carcere buona parte dei militari coinvolti.
A questo periodo storico preciso, appunto il 1985 , anno dell'inizio del processo che darà al paese una nuova dimensione, guarda il racconto di Argentina, 1985 , sesto lungometraggio del regista argentino Santiago Mitre, selezionato nella rosa finale dei candidati all'Oscar come miglior film in lingua straniera.



Pur riferendosi ad uno degli eventi storici più straordinari del secolo, l'opera di Mitre non ha alcuna pretesa di ergersi a documento storico appunto, strutturandosi come un film processuale in senso stretto, anzi, in buona parte, soprattutto quando il racconto si svolge al di fuori dell'aula giudiziaria , o comunque dai palazzi  della giustizia, il tono assurge quasi a quello di una commedia, sia nelle parti in cui Strassera viene presentato in famiglia, sia in quelle in cui deve barcamenarsi tra minacce, "consigli" e interminabili riunioni col suo team.
Lungi dal credere che il regista abbia voluto alleggerire le atmosfere di una storia che non può non avere tinte drammatiche visto il coinvolgimento che ha avuto su larga parte della popolazione, viene più logico pensare che forse Mitre è uno di quei ragazzini che all'epoca del processo aveva 5 anni, aveva vissuto solo i colpi di coda della tragedia della dittatura e può quindi considerarsi più libero di interpretare gli eventi senza l'oppressione profonda del ricordo.
La scelta comunque funziona perchè nonostante le quasi due ore e mezza Argentina,1985  raramente presenta momenti di stanca o inciampi di ritmo narrativi; quello che al regista interessa maggiormente, non è l'agiografia di Strassera e del suo team, bensì il meccanismo che animava la società argentina attraverso il quali poter interpretare come una catastrofe come la dittatura abbia potuto avere luogo nel paese: poteva bastare la minaccia terroristica dei Montoneros a giustificare l'appoggio più o meno esplicito ad un regime di chiaro stampo autoritario e sanguinario? perchè tanta parte della società argentina, soprattutto il ceto medio, girava la testa altrove e non vedeva quello che per stette anni ha insozzato un paese dalle grandi tradizioni? perchè solo davanti al racconto in prima persona dei sopravvissuti, trasmesso dal tribunale in diretta tv e quindi accessibile a tutti, gli animi hanno iniziato a smuoversi e a lasciarsi alle spalle una ignavia sulla quale il regime ha pascolato beatamente?

venerdì 3 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola [aka The Banshees of Inisherin] ( Martin McDonagh , 2022 )

 




The Banshees of Inisherin (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Padraic e Colm sono vecchi amici, vivono la loro tranquilla esistenza sull’isola immaginaria di Inisherin, dove la vita scorre pacifica, solo da lontano disturbata dai colpi di cannone che provengono dalla terra ferma e  che ricordano che siamo sul finire della guerra civile irlandese nel primo ventennio dello scorso secolo.
Una vita che sotto lo sguardo vigile e protettivo di una statua della Madonna che troneggia sul villaggio offre solo pomeriggi al pub che spesso finiscono in sbornie colossali, la messa domenicale,la cura degli animali per Padraic e le ispirazioni musicali per Colm, suonatore di violino.
Quando una mattina Colm comunica al suo amico che non ne vuole più sapere di lui e di spendere il suo tempo con una persona noiosa rompendo quindi una amicizia durature, Padraic non si riesce a darsi pace , non comprendendo il perché di ciò e tenta con tutti i modi di poter parlare con l’amico per spiegarsi e per conoscere le vere motivazioni di quella decisione; questi , di contro, minaccia azioni di rivalsa (persino l’automutilazioe) qualora l’ex amico continui ad importunarlo.



Ben presto il rapporto tra i due diventa di aperta contrapposizione portando , in un crescendo a tratti quasi grottesco, a conclusioni drammatiche.
La storia che si dipana in Gli spiriti dell’isola, quarta opera di Martin McDonagh, subissata di Golden Globe e probabile razziatrice anche ai prossimi Oscar, oltre che vincitrice a Venezia del premio come migliore sceneggiatura, è un racconto sostenuto da incombenti tinte drammatiche, che però grazie ai dialoghi e a certe situazioni narrative scivola spesso nella commedia  nera abitata da un tipico black humor .
Se da un lato il film appare come la disamina di un dramma personale che scaturisce da una separazione traumatica in cui il sempliciotto e pacifico Padraic, uomo solo che vive con una sorella che spera di lasciare presto l’isola e il suo piattume,  legato al suo asinello e alle sue mucche in una sorta simbiosi naturalistica, e che si lascia trascinare da una esistenza grigia , sempre uguale a se stessa, priva di ambizioni e di slanci, si trova a dovere accettare una decisione inspiegabile, motivata poi da Colm, uomo invece più rude e tormentato, con una forza propulsiva a voler lasciare traccia di sé nel mondo abbandonando quella vita monotona e priva di spunti emozionali, paragonandosi quasi a Mozart, emblema dell’immortalità della sua genialità e vivacità di ingegno, dall’altra l’opera del regista irlandese, anche attraverso  una serie di personaggi di secondo piano, va a scavare nei rapporti interpersonali che si costruiscono nelle comunità chiuse e nelle quali sono presenti con molta forza anche  le tradizioni attraverso il folklore e le leggende.
La banhsee del titolo originale è una tipica figura della tradizione irlandese che prende le forme ibride un po’ di fata e un po’ di strega e che compare ad annunciare la morte di qualcuno; è una immagine questa che potrebbe anche apparire tutto sommato fuori luogo nel contesto del film, ma l’ambientazione sospesa che sembra sovente scivolare verso toni fiabeschi contribuisce in effetti a costruire un clima nel quale anche il grottesco sembra ammantarsi di fiabesco. Tale scelta da parte del regista di creare una ambientazione che fluttua nel tempo, quasi isolata dalla realtà (persino la guerra sembra lontanissima, un’eco fastidiosa quasi) è rafforzata dall’utilizzo degli scenari naturali che vanno oltre il verde abbagliante che è solitamente un topos dei film ambientati in Irlanda, grazie ad una fotografia sapiente infatti, i giochi di luce e di colori indotti dal passaggio dagli squarci di sole alle nebbie fanno dell’atmosfera dell’isola un palcoscenico appunto quasi da favola. 
Il crescendo narrativo sempre più carico di dramma in cui l’amicizia si trasforma ben presto in contrapposizione carica di odio soprattutto da parte di Padraic, trova nel finale un epilogo che per alcuni versi appare persino ambiguo, nel quale è chiara e nitida l’incapacità di entrambi i protagonisti della faida di liberarsi dal giogo della solitudine che l’isola infonde in chi ci vive, e da quel legame ancestrale che risulta impossibile da troncare.
Gli spiriti dell’isola è un ritorno all’antico per Martin McDonagh, un rivolgere lo sguardo a quei toni più intimistici  che avevano contribuito nel suo film d’esordio In Bruges ad un’opera di grande valore, a tutt’oggi probabilmente ancora il suo miglior lavoro; di certo il regista irlandese dà ancora una volta prova di una grande capacità di scrittura, grazie ai dialoghi e a quella maniera molto abile che ha nel passare dal dramma alla commedia nell’arco di poche battute, che è in Gli spiriti dell’isola una delle caratteristiche più valide, supportata peraltro splendidamente da una regia poderosa.
L’aver ricostituito la coppia di attori protagonista di In Bruges, Collin Farrell e Brendan Gleeson, si è dimostrata infine una scelta azzeccata, soprattutto riguardo al primo, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per il migliore attore e candidato all’Oscar per il premio come miglior attore protagonista, dà una definitiva ed inappellabile prova della sua grande versatilità e della sua bravura che non sempre hanno trovato estimatori; con Gli spiriti dell’isola ogni dubbio viene definitivamente fugato riguardo alla bravura e alla classe dell’attore irlandese.

lunedì 23 gennaio 2023

Aftersun ( Charlotte Wells , 2022 )

 




Aftersun (2022) on IMDb

Giudizio: 9/10

Sull'onda di una scia interminabile di riconoscimenti iniziata al Festival di Cannes in una sezione parallela , proseguita nei festival di tutto il mondo e alimentata da una messe di giudizi entusiastici della critica quasi unanime, Aftersun della regista scozzese Charlotte Wells, si aggiudica a mani basse il titolo di "film evento" dell'anno, solitamente assegnato a quei lavori che emergono in maniera chiarissima tra gli altri pur non avendo praticamente un background che ne giustifichi il successo: il motivo di ciò, per quanto riguarda il film della giovane scozzese, è semplicissimo, Aftersun è un film che si rivolge a tutti, nel senso meno ampio del termine, cioè al suo interno contiene un tesoro emozionale che ciascuno di noi deve andare a scoprire, facendo ricorso alla forza della memoria e del ricordo.
Protagonisti assoluti, quasi unici del racconto sono padre e figlia, Calum e Sophie, che qualcuno scambia per fratello e sorella, tanto breve è la distanza che li separa con gli anni: lui sta per compiere 31 anni , lei 11, vive con la madre dalla quale Calum è separato, ad Edimburgo, mentre lui vive a Londra; il racconto si svolge durante la settimana che i due trascorrono assieme in una località balneare della Turchia; siamo sul finire del millennio scorso, tardi anni 90 come ci rammenta con precisione la colonna sonora dai toni nostalgici verso un periodo fin troppo vituperato ( gli anni 90  che sembravano dover essere la tomba del genere umano atterrito dal nuovo millennio e dalla tecnologia che iniziava ad infiltrarsi nella nostra vita).



Una vacanza spensierata insomma, fatta di piscina, di mare, di cene all'aperto e di escursioni, scandita dalle immagini che Sophie imprime su nastro con la sua handycam , una settimana in cui i due possono finalmente trovarsi e forse anche conoscersi meglio,  di consigli dati da un genitore che vuole essere un rifugio per la figlia che sta per lasciarsi alle spalle l'infanzia ed affacciarsi alla adolescenza.
Il trascorrere delle giornate ci viene presentato ora con la prospettiva di Sophie ora con un montaggio a tratti sincopato di immagini estratte dalle riprese della telecamera della ragazzina, fatte di colori spesso saturi, di figure sgranate, di movimenti di camera, qualcosa di inafferrabile insomma, come se mettere su nastro la realtà possa essere quanto di più complesso esista.
Poi però ogni tanto tutto diventa scuro, dapprima per pochi attimi poi per momenti sempre più lunghi, la tenebra è squarciata da lampi di luce stroboscopica di una discoteca dove il volto di una donna osserva con il viso contratto, poi in un'altra scena vediamo la stessa donna svegliarsi al pianto di un neonato: è il giorno del suo compleanno, compie 31 anni, è l'immagine di Sophie ormai adulta e capiamo che tutto ciò che stiamo vedendo non è altro che quello che la donna ci trasmette attraverso il suo sguardo, una prospettiva di recupero della memoria, impressa indelebilmente sui quei nastri ormai divenuti obsoleti.
Ben presto anche il sole che colora di una limpidezza assoluta e abbacinante le immagini della vacanza turca assume un altro connotato: Calum con il gesso al braccio a mostrare una frattura insanabile della sua intimità, Calum che piange disperato e fuma ossessivamente, Calum che cerca di nascondere il suo malessere, forse la sua depressione o magari un disagio di altro tipo alla piccola Sophie che dal canto suo col fiorire della sua adolescenza inizia a capire , come tutti noi ad un certa età , che il padre non è l'eroe invincibile, la corazza dietro la quale proteggersi e forse quella vacanza che la Sophie adulta ricorda con tristezza e dolore assume ora un aspetto diverso , lacerante , perchè la memoria e il ricordo non sono più mediati dal mito paterno ma dalla triste consapevolezza dei disagi che turbavano l'esistenza del padre.
Condividi