giovedì 25 maggio 2023

Alcarràs ( Carla Simon , 2022 )

 




Alcarràs (2022) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Vincitore un po' a sorpresa dell'Orso d'Oro alla Berlinale del 2022, l'opera seconda della regista catalana Carla Simon è una sentita epopea famigliare sullo sfondo di una società che cambia velocemente , anche nelle zone rurali, mettendo a repentaglio tradizioni e memorie che hanno costituito per secoli il tessuto connettivo di una civiltà contadina che in Spagna , come in Italia, è stata il motore trainante del paese.
Il racconto della Simon, a probabilissima ispirazione autobiografica, si incentra su una famiglia patriarcale tipica delle zone rurali, di quelle in cui tutto il nucleo (padre, figli con la mogli, marmocchi) vive sotto lo stesso tetto impegnato a strappare alla terra il prodotto, in questo caso le pesche, che costituisce il suo sostentamento.
Il terreno su cui cresce il bellissimo e grandissimo pescheto appartiene ad un ricco proprietario terriero che per riconoscenza verso il vecchio padre della famiglia (autore di un gesto che gli ha salvato la vita durante la guerra civile) ha donato in usufrutto gratuito , sancito con una stretta di mano , come si faceva una volta tra galantuomini.
Il giovane rampollo della famiglia però è intenzionato a dismettere la coltivazione degli alberi di pesche per ricoprire l'appezzamento di terreno con pannelli solari che "producono soldi senza fare fatica"; naturalmente non essendoci alcun documento che comprovi il patto tra i vecchi patriarchi, il proprietario risulta essere il figlio di quest'ultimo  che non ha intenzione di recedere dai suoi progetti neppure dopo che la famiglia di contadini gli ricorda l'antico patto tra i genitori.
Il racconto di Alcarras si impernia tutto intorno a quello che potrebbe essere l'ultimo raccolto e di conseguenza la fine di una era per la famiglia contadina, portando alla luce le inevitabili contrapposizioni che si presentano tra i vari componenti: una sorta di implosione di un microcosmo che vede il suo futuro oscurato dalla fine di una epoca storica.



Per raccontare gli eventi Carla Simon opta per una varietà di prospettive proprie di ognuno dei personaggi: i bambini, gli adolescenti, i due fratelli in disaccordo tra loro su cosa fare (accettare o no la svolta) le rispettive mogli e su tutti lo sguardo austero e vissuto del silenzioso patriarca.
Questa scelta che potrebbe di per sè avere numerosi vantaggi dal punto di vista narrativo, a volte mostra il limite di imporre un quadro un po' troppo schematico, quasi didascalico al racconto con situazioni che appaiono un po' troppo stereotipate.
Di contro è chiaro il messaggio ed il grido di dolore sdegnato  cui la regista intende dare voce: in nome di un progresso, seppur idealmente pulito ( l'energia solare),  si distrugge una civiltà centenaria fatta di fatica , di schiene spezzate, di lavoro faticoso , di attesa, di tempo che scorre passando attraverso le stagioni, di simbiosi con la terra alla quale ci si abbraccia e si ancora per mezzo della fatica fisica; in questo il film ha un forte valore sociale e morale, proprio di quei registi che in molti modi hanno tenuto a galla per offrirla alla memoria una civiltà contadina che rischia sempre di più di scomparire seppellendo tutta quella messe di conoscenze e di regole che spiegano il legame con la natura.
La convinzione della regista è talmente forte da far apparire il film quasi una crociata anti-progresso, nonostante di progresso sostenibile si tratti, ma in effetti la Simon vuole solo lanciare l'allarme su quanto sia importante mantenere in vita una cultura che è radicata in larga parte del pianeta e che per secoli ha consentito lo svilupparsi del progresso dell'uomo prima di ogni cosa.

domenica 21 maggio 2023

Beau ha paura ( Ari Aster , 2023 )

 




Beau Is Afraid (2023) on IMDb
Giudizio: 8/10

Con alle spalle  due opere che in qualche modo hanno lasciato un segno profondo nel cinema "horror", Ari Aster, newyorkese trentasettenne di origine ebraica ,  si impone già come uno di quegli autori che hanno reso possibile la costruzione di autentiche falangi cinematografiche votate al martirio pur di osannarlo e di contro ampie schiere di critici feroci quando non di veri e propri detrattori: questo è un po' il destino che rincorre registi che diventano quasi personaggi più importanti delle loro opere, sebbene nel caso in questione Aster ha largamente dimostrato con le due prime opere di avere dell'indubbio talento.
Appare quindi ovvio che l'uscita di ogni film del regista sarà considerato un evento, come puntualmente è successo con Beau ha paura, sua ultima fatica dalle dimensioni mastodontiche ( tre ore di lunghezza) oltrechè ben diversa dalle precedenti.
Se in Hereditary e in Midsommar mostra l'ambiziosa ricerca di riscrivere i canoni del cinema horror attingendo alle tematiche della malattia mentale e del folklore, con Beau ha paura  sembra essere più interessato a descrivere ed esplorare l'orrore che risiede dentro di noi, motivo per il quale quest'ultimo lavoro deluderà chi si aspetta ambientazioni e situazioni proprie dei primi due lavori; inoltre è bene dirlo subito, l'ultima fatica di Ari Aster non è film per tutti, e non soltanto per la sua vastità , a tratti persino ipertrofica, ma proprio perchè si presenta a noi come una lunga analisi del disagio interiore del protagonista, quasi una seduta psicoanalitica , che non a caso è la scena iniziale del film, dopo un prologo brevissimo ma fondamentale, cui seguono quattro parti ben distinte e un epilogo: a qualcuno può venire in mente una struttura da opera teatrale ed in effetti per le tematiche trattate Beau ha paura potrebbe aspirare al rango di tragedia greca.



Una premessa si rende necessaria per chi volesse proseguire nella lettura, una sorta di disclaimer dovuto: pur cercando di evitarli, nel contesto dell'analisi del film qualche spoiler potrebbe emergere, inevitabilmente, pena l'assoluta inconsistenza di quanto verrà scritto; chi vuole vedere il film senza avere neppure un accenno di spoiler meglio che abbandoni la lettura subito.
Prologo: buio pesto, lontani lamenti, qualche timido squarcio di luce che lentamente regala spiragli  nell'oscurità, voci sempre più distinte: assistiamo in soggettiva alla nascita  di un bambino partendo da dentro la cavità uterina fino al tanto agognato vagito che rassicura tutti prima di ognuno la madre del neonato. E' la nascita di Beau, accolto al mondo dalle urla isteriche della madre che temeva per la sua salute.
Primo atto: Beau ha ormai quasi 50 anni, frequenta uno psicoanalista e dai discorsi cui assistiamo si capisce che l'uomo ha un rapporto malato, contorto, al limite del tossico con la madre dalla quale si dovrà recare a breve in occasione dell'anniversario della morte del padre. Sebbene Beau viva da solo ha un legame malsano con la mamma, una dipendenza che mal sopporta ma dalla quale non riesce a liberarsi.
Il mondo che circonda Beau è surreale: città sporca, violenta, pazzi che girano ammazzando, ballerini che si dimenano per tutto il tempo sul marciapiede, battone, drogati e via di seguito, tutti con un atteggiamento ben più che ostile verso il protagonista; l'ambientazione è talmente estrema ed eccessiva che ci appare subito chiaro come essa non sia altro che la proiezione delle paure e delle ossessioni di Beau, primo punto di partenza che ci fa capire da subito che quello a cui assisteremo sarà un viaggio nella mente malata di un uomo in preda ad ossessioni , manie di persecuzione e paure.
Per una serie di assurde circostanza Beau perde il volo per raggiungere la madre , la quale informata reagisce in maniera gelida e raccapricciante, come non bastasse l'uomo viene investito e si risveglia in una casa sconosciuta.
Secondo atto: la coppia che lo ha investito si prende cura di lui nella loro casa, lui è un medico che può quindi curarlo anche tendendolo in casa; qui l'ambiente è ben diverso da dove viveva Beau, casa grande linda e pulita, persone gentili che sentono ancora il peso della morte in guerra del giovane figlio un cui commilitone , tornato impazzito dalla guerra, ospitano in un camper nel loro giardino e per finire una figlia adolescente disturbata non poco.
Una famiglia quindi dall'apparenza quieta, ma che nasconde anch'essa del disagio profondo, motivo per cui Beau si trova costretto a fuggire inseguito.
Terzo atto: Beau in fuga si ritrova in un bosco dove si imbatte in una compagnia teatrale che sta mettendo in scena un'opera basata su una storia famigliare, l'uomo si immedesima nel racconto e immagina una vita che avrebbe potuto avere costruendo una famiglia e invecchiando; l'arrivo del commilitone impazzito sguinzagliato dalla famiglia che aveva accudito Beau e che mette in atto una carneficina , obbliga quest'ultimo a fuggire ancora.
Finalmente nonostante gli ostacoli, le peripezie e le situazioni estreme, Beau riesce ad arrivare a casa della madre, e qui si apre il quarto capitolo.

domenica 7 maggio 2023

Pacifiction ( Albert Serra , 2022 )

 




Pacifiction (2022) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

E' difficile inquadrare il lavoro di Albert Serra, presentato al Festival di Cannes e premiato in svariate altre kermesse, perchè il regista portando agli estremi la struttura narrativa che contraddistingue le sue opere crea un racconto in cui è domanda pienamente coerente quella di chi si chiede quale sia il tema centrale del film.
In effetti come sinossi basti dire che la storia ha al centro la figura dell'alto Commissario De Rolland, rappresentante del governo francese nella Polinesia , di stanza a Tahiti, il quale si muove fra sala da ballo, bar e case private cercando di tastare il polso e tenere sempre sotto osservazione della popolazione locale, soprattutto nel momento in cui voci incontrollate parlano dell'avvistamento di un sommergibile nelle acque dell'oceano che ripresentano lo spettro degli esperimenti con le armi nucleari che la Francia sviluppo a Mururoa nel secolo scorso.
Su questo tenue canovaccio narrativo Serra costruisce un film di quasi tre ore nel quale è proprio il girovagare di De Rollaqnd ad irrobustire una trama praticamente assente.



De Rolland infatti, nel suo aspetto post coloniale con abito bianco e camicie a fiori sgargianti incontra la popolazione locale, raccoglie sussurri e confidenze, scambi di opinioni con americani e stranieri che a vario titolo, spesso apparentemente anche piuttosto loschi, battono l' isola, Ammiragli della Marina francese con tanto di truppa al seguito che sbarcano-forse-da un sommergibile fantasma che scatena rabbia e paura tra gli indigeni, orrido ricordo degli esperimenti atomici di qualche decennio orsono.
Ma il suo vagare è anche andare a vedere da vicino le onde gigantesche in cui si esibiscono i prodi surfisti (una delle scene tecnicamente più strabilianti del film) sempre però con la sua divisa di ordinanza, anche a cavallo di una moto d'acqua e trattenere rapporti al limite dell'ambiguo -in tutti i sensi- con personaggi che fanno della loro incerta identità sessuale il proprio fascino fluido.
Tutto ciò fa di Pacifiction un'opera dal piacevole senso di vago e di indolenza, che si lascia abbindolare dallo splendore di una isola che sembra veramente l'anticamera del paradiso sulla terra.
Ma su questa isola il nostro eroe, quasi un archetipo ottocentesco che rimanda alla memoria Gaugin, sa anche che il suo potere quasi nullo in effetti potrebbe pochissimo verso una rabbia antifrancese forse mai sopita e pronta a riesplodere per la presenza di quel manipoli di marinai che però nell'isola appaiono quasi dei soldatini in licenza alla ricerca di divertimento.
Spy-story e thriller politico che non decollano mai, lasciano solo un'atmosfera sospesa nella quale il racconto si muove quasi senza un timone che lo lo indirizzi con sprazzi di esistenzialismo che si accendono intorno alla figura del protagonista.
De Roller in effetti sembra aver decretato la sua fine ( e quella dello stato che rappresenta), restando in balia di Tahiti, porta del paradiso, alla deriva nell'oceano infinito, impersonificazione stanca di una sconfitta personale e del colonialismo, seppur nelle forme moderne; una sconfitta che diventa oblio, sempre che quel sommergibile e quel manipolo di marinai in gita non abbiano il compito di riaccendere la miccia atomica.

venerdì 5 maggio 2023

Il sol dell'avvenire ( Nanni Moretti , 2023 )

 




Il sol dell'avvenire (2023) on IMDb
Giudizio: 8.5/10

L'uscita di ogni film di Nanni Moretti ripropone periodicamente la diatriba eterna ( a volte stucchevole) tra detrattori e fans del regista romano , quasi una crociata fideistica combattuta nel nome del Cinema , ma di fatto spesso, con argomenti che col Cinema hanno poco a che vedere; Il sol dell'avvenire , ultima fatica  prossima a sbarcare a Cannes , come tradizione ormai pluridecennale per Moretti, potrebbe , per una volta , non dico mettere d'accordo tutti, ma sicuramente stimolare un dibattito successivo alla visione (una volta tanto , e non prima come avviene sempre) perchè non è azzardato definire l'ultima opera un punto in qualche modo di svolta della carriera del regista, affermazione sulla quale converrà tornare sopra in seguito.
Moretti interpreta un regista ormai prossimo alla settantina, impegnato nella regia di un film ambientato nel 1956 in cui si racconta di come in una sezione periferica di Roma, venne accolta la notizia dell'invasione dell'Ungheria, proprio mentre a Roma la sezione del PCI ha come ospiti gli artisti di un circo ungherese.
Giovanni ( Moretti naturalmente) vive da decenni con la moglie Paola, produttrice, ha una figlia  fidanzata con un uomo molto più grande di lei, mostra una stanchezza sia fisica che psicologica incipiente e soprattutto ha un caratteraccio che lo porta ad essere polemico, dispotico sul lavoro e con la famiglia, al punto che Paola medita di mollarlo ma non trova il coraggio di compiere il gesto.



Inoltre, ulteriore stratificazione cinematografica, Giovanni in cuor suo sogna di fare un film d'amore nel quale regnino le canzoni italiane e nel quale immagina di raccontare di fatto se stesso giovane alle prese con il rapporto amoroso con la fidanzata; a dire il vero immagina anche un altro film, ispirato al racconto Il nuotatore di John Cheever, ma questo sembra più una reminiscenza che si colloca all'interno delle numerose (auto)citazioni di cui il film è infarcito.
Insomma abbiamo un regista che sta girando un film, verso il quale avrà alla fine una sorta di abiura cinematografica, che immagina però di farne un'altro , metà romantico metà musical : in mezzo la figura di Nanni Moretti che mette se stesso in tutti e tre questi livelli narrativi e lo fa questa volta con grande onestà intellettuale, quasi con mestizia e con (udite! udite! ) modestia mettendosi di fronte al pubblico in tutte le sue nevrosi, idiosincrasie, manie e ossessioni con ironia e grande sincerità: non a caso una delle scene più belle del film è lui che funge da suggeritore nei dialoghi tra il giovane (proiezione di se stesso ) e la sua fidanzata ( protagonisti del film d'amore immaginato) al culmine di una lite , mettendo in bocca a quest'ultima tutta una serie di osservazioni e giudizi che fotografano il Moretti che conosciamo più o meno da sempre.
Questo porsi al centro del racconto con quello che potrebbe apparire come un atteggiamento narcisistico, cui non di rado Moretti indugia, è invece un mettersi sul banco degli imputati e accettare serenamente il giudizio dei giurati, scelta che dà al film , e lo fa da subito, una impronta per certi versi nuova , quasi rivoluzionaria.
Alla luce di ciò anche le numerose autocitazioni ( non esiste lavoro del regista che non venga in qualche maniera citato e non sarà difficile rintracciare i riferimenti) assumono un significato differente, perchè sembra che Moretti voglia ricordare il suo excursus artistico- cinematografico per chiudere con Il sol dell'avvenire un cerchio iniziato ormai quasi 50 anni fa.
Il sol dell'avvenire non è un film politico, come si potrebbe pensare, o per lo meno non lo è nel senso più tecnico del termine: la rivolta di Budapest, l'invasione russa, la presa di posizione del PCI in favore dell'invasione, sono solo le tracce di una Storia  che con un finale sorprendente e di indubbia efficacia , grazie al potere del Cinema, il regista, vestito da Tarantino per la circostanza, cambia l'ordine degli eventi e riscrive la Storia, in quello che è un grande omaggio al potere immaginifico del Cinema che si imprime nella nostra memoria con la sfilata finale molto felliniana in cui Moretti sembra chiamare a raccolta tutti coloro che della sua casa cinematografica hanno fatto parte.

martedì 2 maggio 2023

Aloners ( Hong Seongeun , 2021 )

 




Aloners (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Morire schiacciati, sepolti da una catasta di riviste porno: oltre ad essere un geniale graffio di umorismo nero inserito in un racconto che esplora invece gli angoli più dolorosi dell'animo umano, è anche il turning point nella vita di Jina , una giovane operatrice di un call center di un istituto bancario; il malcapitato rimasto sepolto dal porno è un suo vicino di casa, che scopriremo poi essere un'altro prodotto di una società che porta all'annientamento del prossimo, sia per bullismo che per emarginazione, l'unico col quale ha una minima, flebilissima interazione sociale.
Jina nel suo lavoro è bravissima e la  ultracompetitiva  cultura del lavoro che regna in Corea fa di lei un esempio (ovviamente mal digerito) per le colleghe, al punto che la sua capa la considera una sorta di addestratrice per le impiegate in prova, ruolo al quale molto poco volentieri la ragazza si presta: il call center, la cuffie e il microfono col quale interagisce coi clienti, il computer che ha davanti sono il suo mondo sociale, per il resto smartphone e auricolari perennemente in funzione, pasti consumati da sola, viaggi in autobus isolata nel suo solipsistico silenzio, cena consumata sul letto davanti al televisore perennemente acceso, costante colonna sonora della propria esistenza.



Il solo dover dividere lo spazio fisico della postazione con la nuova collega le mette addosso una ansia mista  a fastidio, se a ciò aggiungiamo che Sujin, la neoassunta, è ragazza estroversa e anche un po' goffa , sicuramente invadente per i suoi canoni, è facile immaginare come Jina eviti il più possibile ogni contatto con lei.
Persino il rapporto col padre, mediato da una webcam che lei installò nel salone di casa per controllare la mamma malata prima di morire, è qualcosa di lontano, quasi intangibile, anche perchè minato da un torto che la ragazza crede di aver subito dal genitore.
La morte del vicino di casa e l'arrivo del nuovo , che non solo non dà ascolto alle superstizioni riguardanti fantasmi assetati di giustizia, ma che con grande senso di carità organizza nella casa una sorta di funzione commemorativa in onore del defunto, che cerca di stringere con Jina un cordiale rapporto di vicinanza, porta la ragazza a riconsiderare il suo mondo fatto di solitudine, di autoreclusione e di alienazione.
Opera prima della regista coreana Hong Seongeun, per l'occasione anche sceneggiatrice e montatrice, è un interessante e per molti versi ben riuscito tentativo di esplorare da un lato i frutti di una società come quella coreana improntata alla forsennata competitività, soprattutto nel mondo del lavoro, che produce a sua volta le condizioni ideali affinchè l'alienazione e la solitudine prendano il sopravvento e conducano a danni tragici, e dall'altro lo studio psicologico di una protagonista che all'interno di questa società si trova il suo posto, chiudendosi in se stessa, in un mondo isolato e impenetrabile ,senza però riuscire a farci capire fin dove le scelte sono spontanee o in qualche modo indotte e obbligate.

giovedì 27 aprile 2023

You Won't Be Alone [aka Non sarai sola] ( Goran Stolevski , 2022 )

 




You Won't Be Alone (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Altro fulgido esempio di Folk Horror, una variante assurta ormai a genere consolidato che trova tra le sue opere primigenie e fondamentali The VVitch di Robert Eggers, You Won't Be Alone , opera prima del regista australiano di origini macedoni Goran Stolevski, ha ricevuto svariati riconoscimenti , soprattutto nei Festival di genere fantastico ( Bucheon , Sitges), dopo l'esordio al Sundance.
Se a prima vista l'opera di Stolevski può apparire come una rilettura , sotto forma di racconto folkloristico, del tema della stregoneria, ovviamente femminile, la sua visione attenta ne  rivela invece una serie di tematiche che si intrecciano a vari livelli e che sembrano elevarsi a riflessioni sul genere umano.
Il racconto si svolge durante il XIX secolo in un villaggio tra le montagne della Macedonia: qui una donna riceve la visita di un essere dal corpo deformato dalle cicatrici, una mangiatrice di lupi, Old Maid Mary sempre alla ricerca di neonati secondo le leggende del posto; la donna riesce a patteggiare con la strega: allo scoccare del sedicesimo anno di vita la ragazza sarà della vecchia deforme.



La neonata viene quindi nascosta dalla donna in una grotta con la speranza di salvarla per sempre e qui essa crescerà , ovviamente più simile ad un animale selvatico che ad un essere umano.
Passato il tempo pattuito la strega che possiede la capacità di prendere le sembianze di altri esseri viventi compenetrandoli e impadronendosene, torna a reclamare la preda: Nevena , sarà costretta quindi a seguire la strega la quale imprimerà sulla sua pelle  il marchio definitivo.
Divenuta strega anch'essa, per Nevena , essere libero da ogni vincolo sociale , di educazione e morale, inizia una vita di esplorazione del mondo sfruttando la capacità di mutaforma, passando di corpo in corpo.
Ai suoi occhi si apre un mondo malvagio, fatto di violenze ancestrali, di soprusi, soprattutto a carico della donna, ma il suo desiderio di scoprire il mondo e di sentirsi umana la porta a compenetrare il corpo e le storie di altre persone.
Proseguire nella sinossi sarebbe spoiler clamoroso, sebbene You Won't Be Alone non è un lavoro che si basa sulla tensione che può produrre un horror o un thriller seppure sui generis.
Il pregio del film di Stolevski non sta tanto nella rilettura della stregoneria , del folklore locale o delle leggende, che pure è affrontato con mano ferma, bensì nelle atmosfere congiunte alle immagini che descrivono un mondo arcaico, gretto, violento, dove tutto è sempre bagnato e fangoso dove le streghe diventano la forma tangibile delle paure e delle debolezze.
Il film scorre quasi lento, caricandosi di un pathos che si poggia su tonalità liriche, che mostra il fluire degli eventi, le esplosioni violente, il procedere del viaggio di Nevena , strega che vorrebbe però provare ad essere umana visto che il suo mondo è stato per sedici anni solo una grotta e qualche raggio di sole; ben presto si è rapiti dall'atmosfera chiaramente mistica del film ma al contempo poetica dove inesorabilmente si afferma un afflato naturalistico  come forza trainante, un misticismo pagano che unito alle frequenti osservazioni interiori declamate non può non far tornare alla mente il Terrence Malick più purista e integralista.

sabato 22 aprile 2023

The Whale ( Darren Aronofsky , 2022 )

 




The Whale (2022) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Cinque anni dopo il bellissimo Madre! , forse l'apice artistico del suo percorso cinematografico, Darren Aronofsky torna a Venezia dove ottenne un Leone d'Oro per certi versi sorprendente nel 2008 con The Wrestler: The Whale trova ispirazione e diventa quasi una versione cinematografica fedelissima di una opera teatrale dal drammaturgo americano Samuel D. Hunter.
L'opera di Aronofsky tende a discostarsi abbastanza dalle sue precedenti, almeno per certi aspetti, richiamandole in maniera forte invece per altri: soprattutto l'approccio al film è diverso, essendo questa ultima fatica sicuramente quella di più facile presa narrativa, raccontata con una linearità che non avevano certamente le pellicole precedenti.
Charlie , il protagonista, è un professore di letteratura che tiene lezioni online, relegato un po' per scelta e un po' per necessità nella sua casa nell'Idaho, in quanto sofferente di una grave forma di obesità patologica  risultato di una scelta cosciente e consolidata autopunitiva impostasi dopo la morte del suo compagno, uno studente del quale si era follemente innamorato anni prima , mandando in malora un matrimonio abbandonando moglie e figlia di 8 anni.



Il senso di colpa e di autopunizione inflittasi scientemente da Charlie è chiaro sin dall'inizio e disegna così i connotati del tipico personaggio di Aronofsky: un essere alla deriva avviato verso un baratro in maniera ineluttabile che ha visto la trasformazione deformante del suo corpo; unico anelito di vitalità  il rapporto di sincera amicizia con Liz, la sorella dell'amato Adam, che si prende cura di lui e la ferma volontà di riallacciare il rapporto con una figlia problematica, incattivita dalla vita e molto maldisposta verso di lui non solo per la classica crisi adolescenziale ma anche per il trauma subito dall'abbandono.
Il racconto si snoda su quelli che potrebbero essere gli ultimi cinque giorni di vita di Charlie ( qui si scatenino le libere interpretazioni, anche alla luce del finale del film, non a caso l'unica scena girata in esterno...) e sul suo tentativo di poter salvare la figlia dalla rabbia e dalla cattiveria interiore (come la accusa la madre) portando invece a galla la luce della sua esistenza di sedicenne.
Come abbiamo già accennato The Whale si mantiene molto aderente al testo di riferimento: non solo dal punto di vista del racconto che varia solo per alcuni tratti (essenzialmente il finale) ma anche soprattutto per la sua costruzione da kammerspiel con il palcoscenico che si costruisce nel soggiorno della casa di Charlie dal quale vanno e vengono i pochi personaggi presenti , col risultato che il senso di claustrofobia, seppur non pesante, è tangibile (caratteristica comune a molti film degli ultimi due anni, chiaro effetto dell'isolamento indotto dalla pandemia).
Il film è quasi totalmente costruito sul personaggio di Charlie, ennesimo personaggio della galleria del regista che racconta se stesso attravesro un corpo in trasformazione, il quale ben presto entra in una simbiosi stretta con la figura di Brendan Fraser, l'attore scelto, assolutamente non a caso, da Aronofsky.
Ricordiamolo: Fraser è stato per un breve periodo il classico divo da Hollywood, belloccio, fisicato , in grande ascesa seppur in film di non eccelsa qualità; poi, senza aver di fatto mai raggiunto l'apice della carriera, l'inizio del tracollo: riferite accuse di molestie subite con conseguente messa alla porta da tutte le produzioni , problemi famigliari e di salute , una depressione profonda che hanno minato il suo fisico in maniera pesante; è chiaro il sovrapporsi tra attore e personaggio con la piccola ma decisiva differenza che il personaggio cerca nella caduta nel baratro la sua salvezza da martire, l'attore trova con il film e con l'Oscar , mai così annunciato, una clamorosa rinascita e rivincita personale, in perfetto stile da personaggio cinematografico ad impronta Aronofsky.

venerdì 14 aprile 2023

Palm Trees and Power Lines ( Jamie Dack , 2022 )

 




Palm Trees and Power Lines (2022) on IMDb
Giudizio: 6/10

Dopo aver riscosso premi e giudizi lusinghieri al  Sundance Film Festival ( e questo tutto sommato non stupisce...) Palm Trees and Power Lines infatua anche il Festival di Torino dove conquista il premio per il miglior film e la migliore sceneggiatura.
L'esordio alla regia nel lungometraggio di Jamie Dack prende spunto da un corto dal titolo omonimo di quattro anni prima della stessa regista, in cui mantenendosi sempre nel solco di quel cinema indie sempre più didascalico e manieristico, il racconto vaga tra il coming of age, il dramma della solitudine e la triste e profonda riflessione sulle dinamiche del potere tra vittima e carnefice.
La storia si impernia intorno a Lea diciassettenne inquieta, solitaria e silenziosa, in perenne conflitto con una madre instabile, e vittime entrambe del collasso di una famiglia frantumata; anche il suo rapporto con l'ambiente esterno , amici idioti e sessuomani, amiche superficiali e futili, giornate sempre uguali a non far nulla in una provincia suburbana che annienterebbe  chiunque, è tutt'altro che sereno.
In questo mare stagnante emotivo in cui galleggia la ragazza, l'incontro casuale con un uomo molto più grande di lei ha il tipico effetto della deflagrazione in una tranquilla giornata assolata di estate.



Tom dice di essere un imprenditore, si mostra gentile con la ragazza e ben capisce lo stato di sudditanza psicologica nella quale la ragazza sin da subito si pone, soprattutto perchè vede in lui e nelle sue chiacchiere una possibile via di fuga dall'oblio in cui tira avanti.
Ma mano che passa il tempo lui diventa sempre più un imitatore da baraccone di un James Dean di provincia , lei non capisce la trappola in cui la sta immobilizzando e la storia da coming of age svolta verso il dramma generazionale e il racconto di un rapporto in cui non esiste il minimo equilibrio sentimentale ed emozionale.
L'impianto complessivo del film rende merito ad una regista che sposa in pieno alcune di quelle caratteristiche tipiche di certo cinema indie americano sempre pronto a cavalcare le onde dell'emotività sullo sfondo sociale: l'ambientazione suburbana schiacciata tra la metropoli (Los Angeles in particolare) e una provincia abbrutente, la protagonista problematica in lotta con la società e con se stessa ( ed in qualche modo, soprattutto col finale,  anche il Don Giovanni de noiantri sembra poter appartenere a questa categoria, sovvertendo in parte lo schema fino a quel momento stabilito), una dominanza di colori tenui, quasi un flou ad attenuarli, i tramonti immancabili, le famiglie disgregate, tutti topoi che appartengono in maniera quasi codificata ormai a un certo tipo di cinema indipendente americano, troppo spesso più interessato a mostrare questi canoni stilistico-narrativi che a scavare realmente in fondo alle storie.
Indubbiamente la regista mostra una buona mano ferma nel dirigere il film e la scrittura anche ha i suoi pregi, ma questo costante rimanere aggrappati a stili, situazioni, linguaggio e immagini danno una forte connotazione di già visto molte, forse troppe volte.

giovedì 6 aprile 2023

The Point Men ( Yim Soonrye , 2023 )

 




The Point Men (2023) on IMDb
Giudizio: 5.5/10

Nel 2007 un gruppo armato talebano, rapì una comitiva di sconsiderati missionari coreani introdottasi in Afghanistan, nonostante i divieti e le raccomandazioni del governo, per una fantomatica missione umanitaria; il rapimento aprì una enorme crisi politico diplomatica che vide in prima linea il governo coreano, per la prima volta di fronte ad una problematica simile, quello Afghano uscito dall'epoca post talebana e i talebani appunto, ben lungi dall'essere sconfitti, come poi dimostreranno drammaticamente i fatti negli anni seguenti.
Prendendo spunto da questo clamoroso fatto di cronaca, la regista Yim Soonrye , arricchendolo con una robusta dosa di elaborazione narrativa romanzata ( come specificato nei titoli di testa), racconta i giorni che tennero tutto il paese col fiato sospeso attraverso la prospettiva dei due protagonisti (eroi) intorno alle cui figure è imperniato tutto il film al punto che col passare del tempo , questo diventa sempre più una di quelle pellicole che si plasmano addosso ai protagonisti, nella fattispecie interpretati da due attori top nel panorama coreano, Hyun Bin e Hwang Jungmin.



Il primo è un agente dei servizi speciali, il secondo uno stimato diplomatico governativo che vengono chiamati a capo della missione che deve cercare di risolvere , in terra afghana,  la crisi e riportare a casa i rapiti, missione tutt'altro che semplice in considerazione del fatto che i Talebani, asserragliati tra le montagne, richiedono per la loro liberazione, il rilascio da parte delle autorità afghana di alcuni militanti incarcerati.
Il film insomma si incanala sin da subito su canoni piuttosto classici , un mix di thriller, spionaggio e azione, che il cinema coreano riesce quasi sempre a rendere di livello apprezzabile.
In questo caso però la totale assenza di qualsiasi prospettiva che interessi i rapiti, la mancanza totale di un qualsivoglia tratto narrativo che affronti il tema centrale di quanto accadde e cioè l'assoluta scelta folle e sconsiderata di una ciurma di esaltati di intraprendere una fantomatica missione umanitaria, l'eccessivo calcare la mano su alcuni aspetti della storia (i talebani che sembrano usciti da un fumetto, alcune dinamiche diplomatiche che appaiono molto superficiali e poco credibili, una storia che si appiattisce sempre di più sul genere action quasi dozzinale),fanno sì che l'unica, o quasi , ancora di salvezza, diventi la coppia di attori, indubbiamente bravi che cercano di dare spessore ai due personaggi, che ove si eccettui un passato traumatico e pieno di rimorsi da parte dell'agente segreto Hyun Bin cui si accenna spesso nel film, non possiedono neppure quella profondità che un ruolo del genere meritava, una sola ovvia contrapposizione inizialmente anche dura tra l'uomo del dialogo e quello d'azione, anche per esaltarne le doti di recitazione che indubbiamente esistono.

giovedì 30 marzo 2023

Return to Dust / 隐入尘烟 ( Li Ruijun / 李睿珺 , 2022 )

 




Return to Dust (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Dopo essere stato presentato alla Berlinale del 2022, aver riscosso qualche mese dopo un clamoroso trionfo al FEFF di Udine, aver incamerato un sorprendente successo nelle sale in Cina e una altrettanto oscura sparizione dai cinema locali per intervento della attentissima seppur tardiva censura, Return to Dust di Li Ruijun arriva nelle sale italiane per la fine di marzo, grazie alla lungimiranza e sensibilità della Tucker Film, ormai definitivamente affermatasi come straordinario veicolo di Cinema di qualità, soprattutto per quello dell'estremo Oriente.
Dopo alcune esperienze non propriamente trionfali che guardavano più al blockbuster che al cinema di qualità il regista cinese Li Ruijun torna a volgere lo sguardo indietro, verso quel momento cinematografico di importanza fondamentale che è stato quello della Quinta Generazione prima e della Sesta poi.
E' praticamente impossibile, anche dopo pochi attimi della visione dell'opera , non tornare a intravedere quelle immagini e quelle tematiche che sono state il patrimonio di Chen Kaige e di Zhang Yimou che ha aperto la strada ad una delle stagioni cinematografiche più importanti del cinema moderno.
Il racconto intessuto da Li , anche sceneggiatore in questo caso, si struttura sin da subito su una impalcatura esilissima, quasi minimalista: due reietti, due presunti rifiuti inutili di una società che va disgregandosi, due pesi per le ambizioni e le aspirazioni delle rispettive famiglie, vengono maritati seguendo quello che ancora oggi è un istituto molto utilizzato nelle comunità rurali cinesi tradizionali, il matrimonio concordato, di fatto una imposizione per i diretti interessati, divenuti ormai un peso insopportabile per le rispettive famiglie.



Le campagne si svuotano, sotto i colpi dei provvedimenti intrapresi dal governo per combattere la povertà  trasferendo i contadini nelle nuove aree urbanizzate alla periferia delle grandi città, ma Youtie e Guiying non conoscono altra vita che non sia quella dei campi, il loro matrimonio gli porta in dote una catapecchia malmessa , ben lontano dal nido d'amore che ogni fresco sposo si immagina, anche perchè i due ormai hanno raggiunto una età in cui forse i sogni non trovano più spazio, lei inoltre è anche disabile, esito di botte rimediate in famiglia, oltre che sterile, peccato mortale e ludibrio per una donna cinese.
Ma i due , prototipi di quella fetta di popolazione tagliata fuori dal progresso e dalla ricchezza, hanno dalla loro la gentilezza d'animo, l'empatia per capire che essendo uno l'aiuto per l'altra possono affrontare le difficoltà che quella vita fatta di schiena spezzata nei campi, freddo atroce d'inverno e caldo asfissiante d'estate (siamo nel Gansu, regione del nord ai confini con le aree desertiche prossime alla Mongolia) ha ben poco altro da offrire. 
Pian piano i due passano dal quasi ignorarsi, alle prime parole, ai primi gesti gentili, alle prime grezze ma profonde riflessioni sulla vita, sul destino proprio e di quanto li circonda, sull'importanza delle radici che li tengono legati a quella terra così bella ma così difficile e spietata; diventano insomma una coppia vera , nella quale l'appoggio reciproco, la gentilezza, l'offrire il proprio conforto all'altro  fanno da indissolubile collante.
Youtie, Guiying e il loro asinello, emblema di una natura che va rispettata, perchè se così si agisce essa potrà essere clemente e con essi vediamo il trascorrere del tempo scandito dal passare delle stagioni e quindi delle fatiche nei campi o nel costruirsi la casa visto che i continui tentativi di forzare il loro trasferimento in città, che tra l'altro vedrebbe anche una bella quota di soldi ottenuta come incentivo dallo stato, vanno sistematicamente a vuoto; qui sono le nostre radici, qui abbiamo scritto il nostro destino, anche il grano ha il suo destino scritto, ripetono i due.

lunedì 20 marzo 2023

Nope ( Jordan Peele , 2022 )

 




Nope (2022) on IMDb
Giudizio: 7/10

Dopo due opere alle spalle in cinque anni, un Oscar come migliore sceneggiatura originale, un credito smisurato acquisito grazie alle tematiche allegoriche che tracimano dai suoi film sui temi sociali e politici tipicamente americani, Jordan Peele è diventato uno di quei registi per i quali l'attesa dei suoi nuovi lavori diventa addirittura spasmodica, come è stato in effetti per Nope, atmosfera alimentata da un silenzio quasi totale sul tema del film e da furbe immagini lasciate trapelare che non facevano altro che aumentare l'attesa.
A questa fase di attesa quasi messianica fa poi inevitabilemnte seguito quella dell'interpretazione del film in ogni suo fotogramma che conduce ad una valanga di chiacchiere, ipotesi, teorie che scompongono l'opera in mille frammenti dietro i quali mettere in moto i nostri neuroni, le nostre dotte conoscenze e la cultura personale per cercare di spiegare quello che a volte non può essere fatto, perchè il Cinema, grazie al cielo, è rimasta pur sempre un'arte nella quale l'emozione riesce spesso a travalicare la ragione, facendosi essa stessa tematica del film.
La premessa è d'obbligo perchè se si scende troppo nella sinossi si rischia lo spolier, se non si analizza tutto ciò che è contenuto in Nope si rischia di darne una lettura superficiale; di certo si cercherà di evitare "spiegoni" fiume che fluttuano nell'aria come enormi palloni.



Nope è classificato, come Get Out e come Us , film horror, cosa che ha elevato il regista a novello maestro del genere: niente di più sbagliato, perchè Jordan Peele semmai ha dato lustro al film sull'inquietudine, sulla tensione che monta silenziosa, sparpagliata su vari generi che si mescolano nella trama narrativa: commedia , a tinte nere spesso, thriller, più spesso psicologico, satira sociale, western e fantascienza nel caso di Nope.
Il confluire di ciò crea quella tensione spasmodica che si nutre del senso di inquietudine che ci prende durante la visione: tutto ciò è forse il merito maggiore del cineasta americano, unito ad una capacità di scrittura indubbiamente originale.
Affermare però che Nope sia film perfettamente riuscito appare azzardato in quanto è la classica opera che , come già in parte per le precedenti, soffre di una certa ridondanza che trova difficoltà poi a coagularsi in un racconto completo.
OJ ed Emerald, fratello e sorella, gestiscono un ranch che mette a disposizione del cinema e della tv  cavalli per le riprese, hanno ereditato l'azienda famigliare dal padre morto in circostanze assurde (pioggia di detriti provenienti non si bene da dove, ma poi si saprà...); quando iniziano ad avvenire  strani fenomeni che fanno pensare ai due che ci sia una entità aliena  che si aggira intorno al ranch, i due decidono di riempire la proprietà di telecamere per poter immortalare la presenza e poter sfruttarne le immagini ottenendo gloria e denaro.
In effetti l'entità esiste ed è tutt'altro che benevola e metterla su pellicola non è certo operazione semplice, a maggior ragione quando lo strano essere dà segno di sè anche presso un altro ranch appartenente a Jupe Park un ex stella prodigio della tv che acquista i cavalli da OJ costretto a vendere per le difficoltà economiche.

giovedì 16 marzo 2023

Peter Von Kant ( François Ozon , 2022 )

 




Peter von Kant (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Nel 1972 Rainer Werner Fassbinder presentava al Festival di Berlino la versione cinematografica di una sua opera teatrale, rimasta fino ad allora inedita; il regista viveva in quegli anni la fase più prolifica della sua carriera e Le lacrime amare di Petra Von Kant fu accolto con grande favore dalla critica, soprattutto da quella fetta che lo aveva eletto a cineasta di culto, nonchè artefice della rinascita del cinema tedesco.
50 anni esatti dopo il Festival di Berlino del 2022 decide di omaggiare il regista in occasione del quarantennale della morte, aprendo la rassegna con il tributo di François Ozon a quello che è stato  uno dei suoi punti di riferimento culturali cinematografici: Peter Von Kant è infatti una straordinaria operazione che omaggia l'opera e l'uomo e al tempo stesso lo stesso Ozon che già nel 2000 agli albori della sua carriera aveva indicato Fassbinder come uno dei suoi pilastri di riferimento mettendo su pellicola Gocce d'acqua su pietre roventi, testo del regista tedesco.
Con la lettura personale  di quella che è stata anzitutto una opera teatrale, il regista francese, modifica e manipola qualche ingranaggio per rendere il testo ancor più vicino a se stesso, senza però comprometterne la forza drammatica che contiene, costruendo un processo di identificazione opera-autore che alla fine risulta molto ben riuscito e ricco di riferimenti.



La storia raccontata, a parte piccole variazioni quale il cambio di genere dei protagonisti e una certo alleggerimento delle atmosfere da dramma da camera teatrale, rimane fedelissima all'originale, raccontando una storia d'amore omosessuale intrisa di passione , follie e autodistruzione  attraverso la figura del protagonista Peter Von Kant.
Quest'ultimo è un regista affermato (altra variazione, non casuale, del testo) ,  artefice di una vita eccessiva, fatta di rapporti amorosi non sempre appaganti, padre di una figlia nata da un matrimonio fallito, vive a Colonia ( dove però si parla francese...) insieme ad un suo tuttofare che subisce silenziosamente le stranezze e le vere proprie angherie del protagonista.
La sua attrice feticcio (una sorprendentissima Isabelle Adjani) gli presenta un giovanotto magrebino del quale Peter si infatua a prima vista, da poco giunto in città in cerca di fortuna; tra i due nasce una relazione che appare subito sbilanciata e che consente comunque al ragazzo , Amir Ben Salem ( rammentiamo il nome perchè non è un caso che sia quello...), di poter entrare trionfalmente nel mondo del cinema.
La relazione amorosa che scivola sempre più verso la fine, contribuisce a portare Peter sull'orlo del baratro consumato dal dolore e dalla sua tendenza all'autodistruzione, professionale e personale.
E' già chiaro con leggendo queste brevi note sinottiche che l'aderenza al testo e alla versione cinematografica di Fassbinder non è completo, ma ogni modifica che Ozon ha introdotto è perfettamente funzionale a far sì che il suo lavoro non sia solo un omaggio all'ingegno letterario e cinematografico di Fassbinder, ma un tributo al regista stesso che Ozon tenta di compenetrare nell'opera stessa fino al punto che non si riesce quasi a valutare se il centro della pellicola sia la storia di Peter Von Kant oppure la figura del regista stesso.
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