
Come tutti i figliocci di Cannes che si rispettino, anche Apichatpong Weerasethakul, ogni anno che si presenta sulla Croisette si porta a casa un premio prestigioso: dopo la Palma d’Oro per Zio Boonmee nel 2010 , nel 2021 bissa il Premio della Giuria già conseguito nel 2004 con Tropical Malady, grazie a Memoria, nuova elegantissima e per molti versi arcana meditazione sull’interconnessione che regola i rapporti del mondo.
L’ultima opera del regista thailandese, di certo uno tra i più enigmatici e per tale motivo più interessanti autori indipendenti contemporanei, si caratterizza anche per esser la prima diretta dal regista al di fuori del suo paese natale, interpretata in inglese e spagnolo ed ambientata in Colombia: tutto ciò però sorprende meno rispetto a tanti autori asiatici che sempre più di frequente negli ultimi anni hanno intrapreso il confronto con cinematografie di altri paesi, sostanzialmente perché Weerasethakul fa della sperimentazione del linguaggio uno dei cardini della sua arte cinematografica ed il porsi di fronte a lingue straniere oltre che a culture differenti sicuramente è stato uno stimolo nel proseguire la sua poetica della sperimentazione intrapresa sin dall’inizio della sua carriera.
La trama di Memoria è esilissima, come sempre nei film del regista thailandese: un donna scozzese trapiantata in Colombia durante un viaggio in visita alla sorella affetta da una strana malattia letargica ( il rimando ai militari di Cemetery of Splendour è fin troppo ovvio) inizia ad essere perseguitata da uno strano rumore simile ad un boato che si presenta in maniera ricorrente; convinta che quel suono nasconda qualcosa, cerca con l’aiuto di un musicista tecnico del suono di riprodurlo sperando di comprenderne l’origine.
Accompagnata da questo suono la donna inizia un onirico viaggio che somiglia sempre più ad una meditazione sulla vita, sulle sue origini, sulle interconnessioni che regolano la vita nel mondo e che la porta ad esperienze sensoriali che solo nel finale , un po’ a sorpresa, e non sappiamo bene quanto “veritiero”, sembrano trovare una parziale giustificazione.
Per chi conosce la cinematografia del regista non avrà problemi a carpire le giuste informazioni seppure in una sinossi così stringata, perché il cinema di Apichatpong Weerasethakul, tutto è tranne che un cinema di “storie” o di “racconti”; la narrazione per il regista è puro orpello, sostituita invece dalla percezione , dalla forma , dall’astrattismo dell’arte, dalla spiritualità che si muove tra il buddhismo e lo sciamanesimo, da un afflato che avvolge lo spettatore e lo trascina in una esperienza come fosse un sogno.
Il sogno è infatti uno dei momenti fondamentali dell’arte cinematografica del regista, il sogno che diventa sonno e viceversa, ed entrambi aprono la mente e i sensi verso il concetto di armonia universale nella quale i nostri ricordi riescono a raggiungere l’origine ancestrale di noi stessi come piccole particelle che vivono nell’armonia del mondo.
Nel corso del film , attraverso la figura della protagonista , assistiamo ad una progressiva dissociazione spazio-temporale che si fortifica nella dicotomia tra realtà e immaginazione in costante fluire di una nell’altra.
Il 2018 segna l’anno di svolta nel percorso cinematografico di Koreeda Hirokazu , regista che fino a quella data si era dimostrato come il cineasta che maggiormente richiamava alla mente i grandi autori del cinema classico nipponico; in quell’anno Cannes lo incorona con la Palma d’Oro per Un affare di famigli (Shoplifters) , sdoganandolo da quel ruolo di regista di nicchia molto connotato col suo paese d’origine ma inevitabilmente tagliato fuori dal percorso cinematografico occidentale al di fuori dei festival.
Con i lavori seguenti Koreeda perde progressivamente quella sua magnifica unicità, non perdendo comunque la capacità di costruire un Cinema di altissima qualità e di grande sensibilità, fino a intraprendere, come molti cineasti asiatici negli ultimi anni, la sua sfida con l’occidente e il suo sistema cinematografico: dapprima Le Verità, presentato sempre a Cannes e non poteva essere altrimenti considerato lo sforzo fatto dai transalpini per promuovere e produrre il film, e ora Broker (tralascerei per pudore l’incomprensibile titolo italiano…), girato in Corea del Sud, mostrano un regista che pur cercando di mantenersi fedele a se stesso, affronta la prova del confronto con altri mondi cinematografici, l’Europa da una parte, la Corea dall’altra, forse la cinematografia asiatica più sui generis riguardo al suo sistema generale.
La premessa appare indispensabile, perché costituisce un momento importante per la valutazione e il giudizio dell’ultima opera del regista giapponese, anche perché , tanto per rimanere fedele alle tematiche a lui più care, la storia si occupa di un problema sociale in evoluzione quale quello dell’abbandono dei neonati da parte delle madri.
La storia infatti inizia con l’immagine di una giovane che lascia sui gradini di una chiesa un infante, proprio di fronte ad una baby box, versione moderna della ruota degli esposti utilizzata nel passato per abbandonare i figli indesiderati; una mano più pietosa infilerà il neonato nella scatola al caldo e con la musichetta di una ninna nanna e dall’altra parte due imbroglioni, uno dei quali vestito da prete, si appropriano del bambino: sono infatti due soci che si occupano del traffico di neonati cercando di piazzarli presso famiglie che non hanno figli.
Sin dall’inizio abbiamo davanti i protagonisti di questa storia: Soyoung è la giovane madre che ha deciso di liberarsi del figlio ma che vuole assicurarsi che gli venga trovata una buona sistemazione, Sanghyeon e Dongsoo sono i due compari, Soojin è la mano pietosa che infila il neonato nella box, una poliziotta che è sulle tracce dei trafficanti.
La storia diventa ben presto una variante della caccia in stile guardie e ladri, road movie scalcagnato all’interno del quale si crea una famiglia surrogata e fittizia unita dal comune senso di sconfitta nella vita e carica di un passato duro che ogni tanto torna a galla: la madre snaturata, i due compari imbroglioni ma ricchi di una umanità quasi commovente, la poliziotta che poi tanto nemica e cattiva non è e il marmocchio aggregato di straforo alla comitiva, sembrano in certi momenti usciti fuori da una di quelle commedie all’italiana in stile I soliti ignoti, il tutto perché Koreeda riesce in una impresa mirabolante a ben pensarci, e cioè mettere in piedi una storia su una tematica così dura e pregnante e svilupparla come una commedia agrodolce che spesso strappa un sorriso di compiacimento nel vedere una umanità e una compassione così debordante senza essere stucchevole.
Questa è indubbiamente una delle doti di Koreeda che maggiormente conosciamo: la sua prospettiva in cui al centro c’è sempre spazio per l’infanzia, per la famiglia (quella distrutta e quella fittizia), per i legami che si creano sull’affinità della propria condizione , per lo scollamento della società con la realtà famigliare e per la critica sociale (qui meno accentuata a dire il vero).
Considerato sin dal 2000, anno della sua presentazione in anteprima al Festival di Rotterdam ,come uno dei lavori più significativi ed emblematici scaturiti dal movimento della Sesta Generazione di cineasti cinesi, Suzhou River-La donna del fiume , possiede tutti i paradigmi del film di culto: opera terza dell’allora trentacinquenne Lou Ye che si impone da subito come uno dei più militanti registi del nuovo corso, censura cinese che si abbatte prepotentemente sul film ( verrà presentato sugli schermi cinesi solo molti anni dopo) e sul regista ( non autorizzato per due anni a dirigere in patria) , accoglienze trionfali in tutti i festival in cui è stato presentato, fino a divenire appunto uno dei manifesti cinematografici della Sesta Generazione.
Tranne una apparizione in un piccolo festival di cinema asiatico romano nel 2001 , il film è rimasto inedito in Italia fino ad ora ma il notevole lavoro di restauro in 4K da parte della Basis Berlin Postproduktion e l’opera meritoria della casa di distribuzione Wanted ha finalmente, dopo 22 anni , portato sugli schermi italiani questa opera fondamentale, presentata in anteprima all’ultima Berlinale.
Il lavoro di restauro rasenta la perfezione sia dal punto di vista puramente tecnico che da quello filologico grazie al tentativo, cui ha personalmente presenziato il regista, di mantenere il più possibile il timbro personale sia relativamente all’immagine che al suono, non snaturando l’essenza di un’opera che originariamente era stata concepita su pellicola a 16 mm a grana grossa.
La storia si basa sul racconto di un fotografo che funge da narratore di cui non conosciamo nome né volto, l’unico segno di tangibilità che lo contraddistingue da una classica voce fuori campo sono le sue mani che ogni tanto balenano sullo schermo; un racconto che corre su due binari, da un lato è quello personale del fotografo-narratore che ci racconta la sua storia d’amore tra il tormentato e l’etereo con Meimei una ballerina di night che si esibisce con una vistosa parrucca bionda e un abito da sirena in una grande vasca; dall’altro quello in cui lo stesso fotografo ci racconta la storia di Mardar, corriere e piccolo delinquente al servizio di un boss , e Madoun figlia sedicenne del boss che viene affidata al ragazzo quando il boss stesso ha da fare con le sue amanti: tra i due nasce un legame sentimentale che si interrompe drammaticamente quando la ragazza capisce che Mardar si è prestato al suo rapimento a fine di estorsione; Madoun si getterà nel fiume Suzhou e non si troverà più.
Mardar finisce qualche anno in galera e quando esce la sua ossessione è quella di ritrovare la ragazza amata , fino a che non incontra Meimei , uguale come una goccia d’acqua all’amata Madoun.
Quella che potrebbe apparire come una banale storia d’amore come tante, narrata su un doppio binario spazio-temporale è invece intimamente immersa in una atmosfera urbana dominata dalla presenza del fiume che scorre dentro Shanghai e che come un libro aperto infestato di sporcizia galleggiante racconta la storia di una città e della sua gente che barcolla sotto i colpi dei cambiamenti tumultuosi e a volte persino drammatici che hanno sconvolto il tessuto sociale della Cina metropolitana sul fine del secolo scorso e gli inizi del XXI; il breve prologo con cui conosciamo la voce narrante del fotografo (non a caso Lou sceglie questa professione per il narratore) è quasi un’ode al fiume Suzhou, a Shanghai e ai suoi abitanti che lungo le sponde del fiume vivono e sopravvivono, inseguendo addirittura leggende e miraggi di sirene.
Le storie delle due coppie, distinte , ma poi di fatto convergenti ed intersecantesi sono invece la fotografia di una situazione sociale e personale che è abituale nei film dei registi della generazione di Lou Ye: solitudine, affanni amorosi che intossicano una vita difficile in cui tutto sembra sfuggire di mano, piccola delinquenza che sopravvive di loschi traffici, i dubbi e le paure per un futuro cui neppure il sentimento riesce a regalare un raggio di luce e di speranza; come tanti personaggi di quel cinema splendido che è stato quello degli anni della trasformazione della Cina da grande gigante silente e arretrato a potenza economica dove comunismo e capitalismo vanno a braccetto seppur tra mille contraddizioni, i protagonisti di Suzhou River-La donna del fiume, sono gli eroi silenziosi, la gente comune che sbanda sotto i colpi dei cambiamenti e le cadute delle certezze, che si aggrappa all’amore per trovare una sicurezza difficile da raggiungere.
Sin dalla sua prima al Festival di Berlino del 2020, dove riscosse non solo un riconoscimento ma anche una notevole quantità di giudizi positivi, The Calming della regista cinese Song Fang alla sua opera seconda dopo l’esordio di otto anni prima, ha confermato quanto di buono aveva già mostrato la regista nell’opera precedente; chiaramente influenzata dal cinema di Hou Hsiao Hsien di cui fu attrice in Flight of Red Balloon , l’opera di Song è di quelle che poco trasmettono con le parole e tanto con le immagini o persino con frammenti di queste.
La trama è talmente esile da potersi considerare quasi superflua: basti sapere che al centro del racconto c’è una giovane regista reduce da una traumatica separazione con il partner che nell’arco di un anno affronta una sorta di viaggio di meditazione e di introspezione che diventa una immersione in immagini, ricordi, sensazioni, silenzi e sguardi.
La nostra protagonista vaga in Giappone dove incontra un amico cui confessa la separazione col fidanzato fino ad immergersi solitaria nel magnifico paesaggio innevato di Niigata, solcando le distese di un bianco accecante sull’immancabile treno; sempre in Giappone incontra Watanabe Makiko attrice nota soprattutto per essere una delle fedelissime d Sono Sion, poi si sposta a Pechino nella sua nuova casa con lo sguardo sulla città moderna, quindi la vediamo recarsi dagli anziani genitori con il padre malato in una casa che ha una bellissima veduta su un bosco , quindi passiamo ad Hong Kong dove la regista sta presentando il suo ultimo lavoro , un documentario a forte impronta naturalistica, ricco di suoni e di immagini di foreste e boschi e dove attraverso un dialogo con uno spettatore che si chiede se un’opera simile non sia più adatta ad una esposizione d’arte che ad un cinema , Song Feng ci immerge in una riflessione sull’arte e sul cinema, sempre ad Hong Kong incontra vecchi amici che hanno messo su famiglia e vivono in una casa che si affaccia sulla baia e sui monti che stanno alle spalle di Hong Kong ed infine il ritorno dai genitori con i ricordi di come lei fosse attratta sin da bambina dal bosco e dai suoi richiami notturni.
Come si vede il peregrinare della protagonista , una bravissima Qi Xi, da viaggio per dimenticare una delusione e una separazione diventa ben presto una ricerca di qualcosa più profonda, l’essenza dell’universo che ci circonda, la forza dello sguardo che sa carpire ogni piccolo frammento di realtà che ci passa davanti; la protagonista fa ciò con apparente indolenza, con lo sguardo spesso quasi vuoto, ma nel suo sguardo c’è invece , sempre , la luce dell’interesse e dell’emozione che una immagine reale può suscitare.
La regista si muove sempre in spazi che hanno una vista su qualcos’altro: enormi finestre e balconi che si affacciano spesso su una natura lussureggiante, finestrini del treno dai quali scruta il candore delle distese innevate del Giappone, il finestrino del taxi che mostra il volto di Kowloon; tutto quello che è mondo al di fuori di lei viene esplorato in silenzio , e noi con lei, per cogliere ogni attimo di vitalità del mondo reale che ci circonda e nel quale, anche se non sembra all’apparenza , la protagonista si immerge alla ricerca di qualcosa che sani il suo malessere e la sua tristezza, che però appare in maniera netta solo durante l’esecuzione dell’Alexander Balus di Handel in cui vediamo il suo volto rigarsi di lacrime, non a caso in un passo dell’ oratorio in cui è cantata una separazione drammatica.