giovedì 16 febbraio 2023

The Northman ( Robert Eggers , 2022 )

 







The Northman (2022) on IMDb

Giudizio: 6/10

Giunto alla sua terza opera che segue The VVitch e The Lighthouse, film che hanno contribuito a delineare in maniera netta i contorni di un cineasta tra i più interessanti apparsi negli ultimi anni, Robert Eggers con una robusta dose di ambizione sceglie un racconto che già di per sè si presta, come vedremo, a molteplici approcci narrativi ; in più, trattandosi di produzione a budget cospicuo il confronto con il blockbuster diventa praticamente inevitabile per un autore che invece aveva fatto del cinema d'autore e di nicchia il suo spazio artistico.
Con shakespiriano piglio Eggers si confronta con il racconto epico-tragico che portò il grande drammaturgo inglese   a scrivere l'Amleto, ispirandosi alla saga nordica contenuta nel racconto danese di Saxo Grammaticus: una storia di vendetta e di violenza ambientata sul finire del primo millennio.
Il principe Amleth , ancora giovinetto, assiste al brutale assassinio del padre-re e al rapimento della madre-regina per opera del truce fratello del sovrano, riuscendo a sfuggire alla morte grazie alla sua astuzia e alla sua innata capacità di sopravvivenza cui il padre lo aveva allenato sin da giovane tra danze macabre, scorregge, rutti e tutto il corollario tribale imposto dalle tradizioni e dalla religione.
Riparato presso una popolazione vikinga, Amleth medita la vendetta ogni minuto della sua vita fino a quando ispirato da spiriti a lui benevoli viene a sapere che lo zio usurpatore è fuggito in Islanda perchè deposto da un re norvegese: il destino pone quindi davanti ad Amleth l'occasione giusta per placare la sua ossessione di vendetta.



Pur rimanendo nel solco del folklore e della leggenda iniziato a tracciare con le opere precedenti, The Northman è opera che si discosta molto da questa, non tanto per il tema trattato e per i riferimenti storico-culturali, ma soprattutto per la costruzione del film stesso: laddove il cinema di Eggers si caratterizzava per una funzionalissima originalità sia di scrittura che di messa in scena, alimentata fondamentalmente da una rivisitazione autoriale dell'horror, subentra con l'ultima fatica una attenzione verso il pubblico ed in ultima analisi verso il botteghino che caratterizza quella che appare come la vera sfida contenuta nella pellicola e cioè costruire un blockbuster conservando una autorialità sofisticata e francamente individuabile subito, operazione difficile ambiziosa e che molto spesso ha prodotto danni inenarrabili nel Cinema.
Che The Northman sia opera che porti la firma di Eggers è abbastanza chiaramente comprensibile, che la spettacolarità di ampia presa abbia il sopravvento sullo stile e sulla filosofia cinematografica dell'autore lo è altrettanto, col risultato che la pellicola rimane nel guado per tutta la sua cospicua durata, tralasciando troppo spesso aspetti fondamentali come il tratteggio dei personaggi, la riflessione sulla forza dirompente e destruente della ricerca della vendetta che non sia soltanto ruggiti animaleschi ed efferati gesti, la trattazione quasi filosofica che la scelta di Amleth comporta , impregnata di intimismo e di riflessione aspetto che invece privilegiò Shakespeare.
Il risultato è una opera spettacolare, roboante in alcuni momenti, ma che troppo spesso si ferma alla superficie di una violenza truce che non trova quasi spiegazione se non in superficiali descrizioni di riti e di tradizioni primordiali, quasi un compendio storico-flokloristico di una civiltà  che all'occhio di noi occidentali appare primitiva e sanguinaria.

lunedì 6 febbraio 2023

Decision To Leave ( Park Chanwook , 2022 )

 




Decision to Leave (2022) on IMDb
Giudizio: 9.5/10

Vincitore del Premio per la regia all’ultimo Festival di Cannes, doppiando quindi i riconoscimenti ottenuti negli ultimi 18 anni dapprima con Old Boy e quindi con Thirst, inspiegabilmente lasciato fuori dalla cinquina finale degli Oscar, nonostante sia largamente superiore a tutti quelli inseritevi, Decision to Leave , ultima fatica di Park Chanwook ,grazie alla Lucky Red, trova una distribuzione italiana stranamente tempestiva, segnale , forse, che, soprattutto per l’opera di alcune case di distribuzione un po’ più lungimiranti e meno ossessionate dal botteghino, i tempi stiano finalmente cambiando con l’idea che anche cinematografie che storicamente hanno meno penetrazione nel panorama italiano possano finalmente trovare lo spazio che meritano.
L’opera del regista coreano ci consegna una figura di cineasta definitivamente ed inequivocabilmente tra le più grandi del Cinema moderno, un autore che ha saputo percorrere sentieri variegati, a volte addirittura divergenti pur di sperimentare e di consolidare il suo concetto di cinema classico, pur partendo da opere ( si pensi alla Trilogia della vendetta) che sono state al contempo tra le più deflagranti del cinema del nuovo millennio e che hanno creato una scia di ammiratori , al limite del fanatismo, in ogni angolo del mondo.
Ma sul discorso dell’idea di Cinema di Park converrà tornare in seguito, con più attenzione , perché è uno degli argomenti più importanti che emerge da Decision to Leave in particolare, ma dall’opera omnia del regista in generale.



Il racconto del film si snoda intorno alla figura di Haejoon, stimato detective della polizia di Busan, insonne e spesso impegnato in appostamenti notturni, ossessionato dai cold case irrisolti che gli pesano sul collo come macigni, rammentati in maniera macabra da una parete  di casa interamente tappezzata di foto di cadaveri di persone che cercano ancora giustizia; il detective ha anche una vita privata, a sua volta molto ordinaria ( la moglie lo accusa di avere bisogno di omicidi su cui indagare per sentirsi vitale), in cui tutto sembra ordinato e piatto ed una moglie che si preoccupa che il loro rapporto comunque non vada in crisi.
Quando si trova ad indagare sulla morte di un uomo dal passato non proprio cristallino avvenuta per una caduta durante una scalata in montagna, Haejoon si convince subito che non si è trattato di incidente, a maggior ragione quando incontra la giovane moglie dell’uomo,Seorae, una cinese immigrata da alcuni anni in Corea, che a suo dire non maneggia ancora a pieno la lingua.
L’incontro è un fulmine a ciel sereno per il detective, anche perché , oltre alla repentina attrazione per la donna , cresce altrettanto rapidamente la convinzione che questa non sia totalmente estranea alla morte del marito.
Da qui parte un racconto che si sviluppa su vari binari, tra i quali emergono quello puramente da thriller procedurale e quello più torbido di una attrazione che si trasforma immancabilmente in una storia d’amore dove disperazione e melodramma si accavallano.
Inutile dire, come hanno fatto tutti, visto che è innegabile , che il punto di partenza di Decision to Leave è il cinema di Alfred Hitchcock, sebbene Park abbia smentito qualsiasi forma di citazione o riferimento; se è vero che la tematica in effetti ha prodotto centinaia di opere cinematografiche, è anche vero che il film di Park nel suo insieme va confrontarsi coi capolavori di stampo antico, quel cinema classico, senza tempo che rimane un archetipo cui pochi possono tendere.
Se il punto di partenza è quindi Hitchcock inteso come modello ancestrale, Decision to Leave regala in alcuni momenti le stesse emozioni del miglior Wong Karwai, quello di In The Mood For Love per intenderci, capace di raccontare come pochi un amore proibito, tribolato, sussurrato quasi con pudore ma al contempo animato da una forza e da una sensualità dirompenti.

Argentina,1985 ( Santiago Mitre , 2022 )

 




Argentina, 1985 (2022) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Una delle prime decisioni adottate da Raul Alfonsin, primo presidente democraticamente eletto in Argentina dopo 7 anni di dittatura da parte di una giunta militare tra le più sanguinarie che la storia recente ricordi, fu quella di mettere alla sbarra i protagonisti scellerati di quegli anni di terrore; al rifiuto da parte dei tribunali militari di processare i vertici delle tre armi, tutti protagonisti della giunta, l'incombenza fu demandata ad un tribunale civile appositamente costituito in cui l'accusa fu affidata a Julio Cesar Strassera, magistrato esperto, coadiuvato da un team di giovani avvocati, alcuni dei quali neolaureati, e da Luis Moreno Ocampo, un giovane magistrato, come suo collaboratore più stretto.
Con pochissimo tempo a disposizione rispetto all'inizio del processo, una mole imponente di documenti raccolti e da analizzare, un clima misto di paura e sfiducia riguardo ad una società argentina ben lungi dall'essersi lasciata alle spalle le sue simpatie per i militari, Strassera riesce a mettere in piedi il processo che porterà in carcere buona parte dei militari coinvolti.
A questo periodo storico preciso, appunto il 1985 , anno dell'inizio del processo che darà al paese una nuova dimensione, guarda il racconto di Argentina, 1985 , sesto lungometraggio del regista argentino Santiago Mitre, selezionato nella rosa finale dei candidati all'Oscar come miglior film in lingua straniera.



Pur riferendosi ad uno degli eventi storici più straordinari del secolo, l'opera di Mitre non ha alcuna pretesa di ergersi a documento storico appunto, strutturandosi come un film processuale in senso stretto, anzi, in buona parte, soprattutto quando il racconto si svolge al di fuori dell'aula giudiziaria , o comunque dai palazzi  della giustizia, il tono assurge quasi a quello di una commedia, sia nelle parti in cui Strassera viene presentato in famiglia, sia in quelle in cui deve barcamenarsi tra minacce, "consigli" e interminabili riunioni col suo team.
Lungi dal credere che il regista abbia voluto alleggerire le atmosfere di una storia che non può non avere tinte drammatiche visto il coinvolgimento che ha avuto su larga parte della popolazione, viene più logico pensare che forse Mitre è uno di quei ragazzini che all'epoca del processo aveva 5 anni, aveva vissuto solo i colpi di coda della tragedia della dittatura e può quindi considerarsi più libero di interpretare gli eventi senza l'oppressione profonda del ricordo.
La scelta comunque funziona perchè nonostante le quasi due ore e mezza Argentina,1985  raramente presenta momenti di stanca o inciampi di ritmo narrativi; quello che al regista interessa maggiormente, non è l'agiografia di Strassera e del suo team, bensì il meccanismo che animava la società argentina attraverso il quali poter interpretare come una catastrofe come la dittatura abbia potuto avere luogo nel paese: poteva bastare la minaccia terroristica dei Montoneros a giustificare l'appoggio più o meno esplicito ad un regime di chiaro stampo autoritario e sanguinario? perchè tanta parte della società argentina, soprattutto il ceto medio, girava la testa altrove e non vedeva quello che per stette anni ha insozzato un paese dalle grandi tradizioni? perchè solo davanti al racconto in prima persona dei sopravvissuti, trasmesso dal tribunale in diretta tv e quindi accessibile a tutti, gli animi hanno iniziato a smuoversi e a lasciarsi alle spalle una ignavia sulla quale il regime ha pascolato beatamente?

venerdì 3 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola [aka The Banshees of Inisherin] ( Martin McDonagh , 2022 )

 




The Banshees of Inisherin (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Padraic e Colm sono vecchi amici, vivono la loro tranquilla esistenza sull’isola immaginaria di Inisherin, dove la vita scorre pacifica, solo da lontano disturbata dai colpi di cannone che provengono dalla terra ferma e  che ricordano che siamo sul finire della guerra civile irlandese nel primo ventennio dello scorso secolo.
Una vita che sotto lo sguardo vigile e protettivo di una statua della Madonna che troneggia sul villaggio offre solo pomeriggi al pub che spesso finiscono in sbornie colossali, la messa domenicale,la cura degli animali per Padraic e le ispirazioni musicali per Colm, suonatore di violino.
Quando una mattina Colm comunica al suo amico che non ne vuole più sapere di lui e di spendere il suo tempo con una persona noiosa rompendo quindi una amicizia durature, Padraic non si riesce a darsi pace , non comprendendo il perché di ciò e tenta con tutti i modi di poter parlare con l’amico per spiegarsi e per conoscere le vere motivazioni di quella decisione; questi , di contro, minaccia azioni di rivalsa (persino l’automutilazioe) qualora l’ex amico continui ad importunarlo.



Ben presto il rapporto tra i due diventa di aperta contrapposizione portando , in un crescendo a tratti quasi grottesco, a conclusioni drammatiche.
La storia che si dipana in Gli spiriti dell’isola, quarta opera di Martin McDonagh, subissata di Golden Globe e probabile razziatrice anche ai prossimi Oscar, oltre che vincitrice a Venezia del premio come migliore sceneggiatura, è un racconto sostenuto da incombenti tinte drammatiche, che però grazie ai dialoghi e a certe situazioni narrative scivola spesso nella commedia  nera abitata da un tipico black humor .
Se da un lato il film appare come la disamina di un dramma personale che scaturisce da una separazione traumatica in cui il sempliciotto e pacifico Padraic, uomo solo che vive con una sorella che spera di lasciare presto l’isola e il suo piattume,  legato al suo asinello e alle sue mucche in una sorta simbiosi naturalistica, e che si lascia trascinare da una esistenza grigia , sempre uguale a se stessa, priva di ambizioni e di slanci, si trova a dovere accettare una decisione inspiegabile, motivata poi da Colm, uomo invece più rude e tormentato, con una forza propulsiva a voler lasciare traccia di sé nel mondo abbandonando quella vita monotona e priva di spunti emozionali, paragonandosi quasi a Mozart, emblema dell’immortalità della sua genialità e vivacità di ingegno, dall’altra l’opera del regista irlandese, anche attraverso  una serie di personaggi di secondo piano, va a scavare nei rapporti interpersonali che si costruiscono nelle comunità chiuse e nelle quali sono presenti con molta forza anche  le tradizioni attraverso il folklore e le leggende.
La banhsee del titolo originale è una tipica figura della tradizione irlandese che prende le forme ibride un po’ di fata e un po’ di strega e che compare ad annunciare la morte di qualcuno; è una immagine questa che potrebbe anche apparire tutto sommato fuori luogo nel contesto del film, ma l’ambientazione sospesa che sembra sovente scivolare verso toni fiabeschi contribuisce in effetti a costruire un clima nel quale anche il grottesco sembra ammantarsi di fiabesco. Tale scelta da parte del regista di creare una ambientazione che fluttua nel tempo, quasi isolata dalla realtà (persino la guerra sembra lontanissima, un’eco fastidiosa quasi) è rafforzata dall’utilizzo degli scenari naturali che vanno oltre il verde abbagliante che è solitamente un topos dei film ambientati in Irlanda, grazie ad una fotografia sapiente infatti, i giochi di luce e di colori indotti dal passaggio dagli squarci di sole alle nebbie fanno dell’atmosfera dell’isola un palcoscenico appunto quasi da favola. 
Il crescendo narrativo sempre più carico di dramma in cui l’amicizia si trasforma ben presto in contrapposizione carica di odio soprattutto da parte di Padraic, trova nel finale un epilogo che per alcuni versi appare persino ambiguo, nel quale è chiara e nitida l’incapacità di entrambi i protagonisti della faida di liberarsi dal giogo della solitudine che l’isola infonde in chi ci vive, e da quel legame ancestrale che risulta impossibile da troncare.
Gli spiriti dell’isola è un ritorno all’antico per Martin McDonagh, un rivolgere lo sguardo a quei toni più intimistici  che avevano contribuito nel suo film d’esordio In Bruges ad un’opera di grande valore, a tutt’oggi probabilmente ancora il suo miglior lavoro; di certo il regista irlandese dà ancora una volta prova di una grande capacità di scrittura, grazie ai dialoghi e a quella maniera molto abile che ha nel passare dal dramma alla commedia nell’arco di poche battute, che è in Gli spiriti dell’isola una delle caratteristiche più valide, supportata peraltro splendidamente da una regia poderosa.
L’aver ricostituito la coppia di attori protagonista di In Bruges, Collin Farrell e Brendan Gleeson, si è dimostrata infine una scelta azzeccata, soprattutto riguardo al primo, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per il migliore attore e candidato all’Oscar per il premio come miglior attore protagonista, dà una definitiva ed inappellabile prova della sua grande versatilità e della sua bravura che non sempre hanno trovato estimatori; con Gli spiriti dell’isola ogni dubbio viene definitivamente fugato riguardo alla bravura e alla classe dell’attore irlandese.

lunedì 23 gennaio 2023

Aftersun ( Charlotte Wells , 2022 )

 




Aftersun (2022) on IMDb

Giudizio: 9/10

Sull'onda di una scia interminabile di riconoscimenti iniziata al Festival di Cannes in una sezione parallela , proseguita nei festival di tutto il mondo e alimentata da una messe di giudizi entusiastici della critica quasi unanime, Aftersun della regista scozzese Charlotte Wells, si aggiudica a mani basse il titolo di "film evento" dell'anno, solitamente assegnato a quei lavori che emergono in maniera chiarissima tra gli altri pur non avendo praticamente un background che ne giustifichi il successo: il motivo di ciò, per quanto riguarda il film della giovane scozzese, è semplicissimo, Aftersun è un film che si rivolge a tutti, nel senso meno ampio del termine, cioè al suo interno contiene un tesoro emozionale che ciascuno di noi deve andare a scoprire, facendo ricorso alla forza della memoria e del ricordo.
Protagonisti assoluti, quasi unici del racconto sono padre e figlia, Calum e Sophie, che qualcuno scambia per fratello e sorella, tanto breve è la distanza che li separa con gli anni: lui sta per compiere 31 anni , lei 11, vive con la madre dalla quale Calum è separato, ad Edimburgo, mentre lui vive a Londra; il racconto si svolge durante la settimana che i due trascorrono assieme in una località balneare della Turchia; siamo sul finire del millennio scorso, tardi anni 90 come ci rammenta con precisione la colonna sonora dai toni nostalgici verso un periodo fin troppo vituperato ( gli anni 90  che sembravano dover essere la tomba del genere umano atterrito dal nuovo millennio e dalla tecnologia che iniziava ad infiltrarsi nella nostra vita).



Una vacanza spensierata insomma, fatta di piscina, di mare, di cene all'aperto e di escursioni, scandita dalle immagini che Sophie imprime su nastro con la sua handycam , una settimana in cui i due possono finalmente trovarsi e forse anche conoscersi meglio,  di consigli dati da un genitore che vuole essere un rifugio per la figlia che sta per lasciarsi alle spalle l'infanzia ed affacciarsi alla adolescenza.
Il trascorrere delle giornate ci viene presentato ora con la prospettiva di Sophie ora con un montaggio a tratti sincopato di immagini estratte dalle riprese della telecamera della ragazzina, fatte di colori spesso saturi, di figure sgranate, di movimenti di camera, qualcosa di inafferrabile insomma, come se mettere su nastro la realtà possa essere quanto di più complesso esista.
Poi però ogni tanto tutto diventa scuro, dapprima per pochi attimi poi per momenti sempre più lunghi, la tenebra è squarciata da lampi di luce stroboscopica di una discoteca dove il volto di una donna osserva con il viso contratto, poi in un'altra scena vediamo la stessa donna svegliarsi al pianto di un neonato: è il giorno del suo compleanno, compie 31 anni, è l'immagine di Sophie ormai adulta e capiamo che tutto ciò che stiamo vedendo non è altro che quello che la donna ci trasmette attraverso il suo sguardo, una prospettiva di recupero della memoria, impressa indelebilmente sui quei nastri ormai divenuti obsoleti.
Ben presto anche il sole che colora di una limpidezza assoluta e abbacinante le immagini della vacanza turca assume un altro connotato: Calum con il gesso al braccio a mostrare una frattura insanabile della sua intimità, Calum che piange disperato e fuma ossessivamente, Calum che cerca di nascondere il suo malessere, forse la sua depressione o magari un disagio di altro tipo alla piccola Sophie che dal canto suo col fiorire della sua adolescenza inizia a capire , come tutti noi ad un certa età , che il padre non è l'eroe invincibile, la corazza dietro la quale proteggersi e forse quella vacanza che la Sophie adulta ricorda con tristezza e dolore assume ora un aspetto diverso , lacerante , perchè la memoria e il ricordo non sono più mediati dal mito paterno ma dalla triste consapevolezza dei disagi che turbavano l'esistenza del padre.

giovedì 1 settembre 2022

Memoria ( Apichatpong Weerasethakul , 2021 )

 




Memoria (2021) on IMDb
Giudizio 8/10


Come tutti i figliocci di Cannes che si rispettino, anche Apichatpong Weerasethakul, ogni anno che si presenta sulla Croisette si porta a casa un premio prestigioso: dopo la Palma d’Oro per Zio Boonmee nel 2010 , nel 2021 bissa il Premio della Giuria già conseguito nel 2004 con Tropical Malady, grazie a Memoria, nuova elegantissima e per molti versi arcana meditazione sull’interconnessione che regola i rapporti del mondo.

L’ultima opera del regista thailandese, di certo uno tra i più enigmatici e per tale motivo più interessanti autori indipendenti contemporanei, si caratterizza anche per esser la prima diretta dal regista al di fuori del suo paese natale, interpretata in inglese e spagnolo ed ambientata in Colombia: tutto ciò però sorprende meno rispetto a tanti autori asiatici che sempre più di frequente negli ultimi anni hanno intrapreso il confronto con cinematografie di altri paesi, sostanzialmente perché Weerasethakul fa della sperimentazione del linguaggio uno dei cardini della sua arte cinematografica ed il porsi di fronte a lingue straniere oltre che a culture differenti sicuramente è stato uno stimolo nel proseguire la sua poetica della sperimentazione intrapresa sin dall’inizio della sua carriera.




La trama di Memoria è esilissima, come sempre nei film del regista thailandese: un donna scozzese trapiantata in Colombia durante un viaggio in visita alla sorella affetta da una strana malattia letargica ( il rimando ai militari di Cemetery of Splendour è fin troppo ovvio) inizia ad essere perseguitata da uno strano rumore simile ad un boato che si presenta in maniera ricorrente; convinta che quel suono nasconda qualcosa, cerca con l’aiuto di un musicista tecnico del suono di riprodurlo sperando di comprenderne l’origine.

Accompagnata da questo suono la donna inizia un onirico viaggio che somiglia sempre più ad una meditazione sulla vita, sulle sue origini, sulle interconnessioni che regolano la vita nel mondo e che la porta ad esperienze sensoriali che solo nel finale , un po’ a sorpresa, e non sappiamo bene quanto “veritiero”, sembrano trovare una parziale giustificazione.

Per chi conosce la cinematografia del regista non avrà problemi a carpire le giuste informazioni seppure in una sinossi così stringata, perché il cinema di Apichatpong Weerasethakul, tutto è tranne che un cinema di “storie” o di “racconti”; la narrazione per il regista è puro orpello, sostituita invece dalla percezione , dalla forma , dall’astrattismo dell’arte, dalla spiritualità che si muove tra il buddhismo e lo sciamanesimo, da un afflato che avvolge lo spettatore e lo trascina in una esperienza come fosse un sogno.

Il sogno è infatti uno dei momenti fondamentali dell’arte cinematografica del regista, il sogno che diventa sonno e viceversa, ed entrambi aprono  la mente e i sensi verso il concetto di armonia universale  nella quale i nostri ricordi riescono a raggiungere l’origine ancestrale di noi stessi come piccole particelle che vivono nell’armonia del mondo.

Nel corso del film , attraverso la figura della protagonista , assistiamo ad una progressiva dissociazione spazio-temporale che si fortifica nella dicotomia tra realtà e immaginazione in costante fluire di una nell’altra.

lunedì 1 agosto 2022

Broker ( Koreeda Hirokazu , 2022 )

 




Broker (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Il 2018 segna l’anno di svolta nel percorso cinematografico di Koreeda Hirokazu , regista che fino a quella data si era dimostrato come il cineasta che maggiormente richiamava alla mente i grandi autori del cinema classico nipponico; in quell’anno Cannes lo incorona con la Palma d’Oro per Un affare di famigli (Shoplifters) , sdoganandolo da quel ruolo di regista di nicchia molto connotato col suo paese d’origine ma inevitabilmente tagliato fuori dal percorso cinematografico occidentale al di fuori dei festival.

Con i lavori seguenti Koreeda perde progressivamente quella sua magnifica unicità, non perdendo comunque la capacità di costruire un Cinema di altissima qualità e di grande sensibilità, fino a intraprendere, come molti cineasti asiatici negli ultimi anni, la sua sfida con l’occidente e il suo sistema cinematografico: dapprima Le Verità, presentato sempre a Cannes e non poteva essere altrimenti considerato lo sforzo fatto dai transalpini per promuovere e produrre il film, e ora Broker (tralascerei per pudore l’incomprensibile titolo italiano…), girato in Corea del Sud, mostrano un regista che pur cercando di mantenersi fedele a se stesso, affronta la prova del confronto con altri mondi cinematografici, l’Europa da una parte, la Corea dall’altra, forse la cinematografia asiatica più sui generis riguardo al suo sistema generale.




La premessa appare indispensabile, perché costituisce un momento importante per la valutazione e il giudizio dell’ultima opera del regista giapponese, anche perché , tanto per rimanere fedele alle tematiche a lui più care, la storia si occupa di un problema sociale in evoluzione quale quello dell’abbandono dei neonati da parte delle madri.

La storia infatti inizia con l’immagine di una giovane che lascia sui gradini di una chiesa un infante, proprio di fronte ad una baby box, versione moderna della ruota degli esposti utilizzata nel passato per abbandonare i figli indesiderati; una mano più pietosa infilerà il neonato nella scatola  al caldo e con la musichetta di una ninna nanna e dall’altra parte due imbroglioni, uno dei quali vestito da prete, si appropriano del bambino: sono infatti due soci che si occupano del traffico di neonati cercando di piazzarli presso famiglie che non hanno figli.

Sin dall’inizio abbiamo davanti i protagonisti di questa storia: Soyoung è la giovane madre che ha deciso di liberarsi del figlio ma che vuole assicurarsi che gli venga trovata una buona sistemazione, Sanghyeon e Dongsoo sono i due compari, Soojin è la mano pietosa che infila il neonato nella box, una poliziotta che è sulle tracce dei trafficanti. 

La storia diventa ben presto una variante della caccia in stile guardie e ladri, road movie scalcagnato all’interno del quale si crea una famiglia surrogata e fittizia unita dal comune senso di sconfitta nella vita e carica di un passato duro che ogni tanto torna a galla: la madre snaturata, i due compari imbroglioni ma ricchi di una umanità quasi commovente, la poliziotta che poi tanto nemica e cattiva non è e il marmocchio aggregato di straforo alla comitiva, sembrano in certi momenti usciti fuori da una di quelle commedie all’italiana  in stile I soliti ignoti, il tutto perché Koreeda riesce in una impresa mirabolante a ben pensarci, e cioè mettere in piedi una storia su una tematica così dura e pregnante e svilupparla come una commedia agrodolce che spesso strappa un sorriso di compiacimento nel vedere una umanità e una compassione così debordante senza essere stucchevole.

Questa è indubbiamente una delle doti di Koreeda che maggiormente conosciamo: la sua prospettiva in cui al centro c’è sempre spazio per l’infanzia, per la famiglia (quella distrutta e quella fittizia), per i legami che si creano sull’affinità della propria condizione , per lo scollamento della società con la realtà famigliare e per la critica sociale (qui meno accentuata a dire il vero).

giovedì 28 luglio 2022

Suzhou River / 苏州河 - 4K Restored Version [aka La donna del fiume] ( Lou Ye / 娄烨 , 2000 )

 




Suzhou River (2000) on IMDb
Giudizio: 8.5/10

Considerato sin dal 2000, anno della sua presentazione in anteprima al Festival di Rotterdam ,come uno dei lavori più significativi ed emblematici  scaturiti  dal movimento della Sesta Generazione di cineasti cinesi, Suzhou River-La donna del fiume , possiede tutti i paradigmi del film di culto: opera terza dell’allora trentacinquenne Lou Ye che si impone da subito come uno dei più militanti registi del nuovo corso, censura cinese che si abbatte prepotentemente sul film ( verrà presentato sugli schermi cinesi solo  molti anni dopo) e sul regista ( non autorizzato per due anni a dirigere in patria) , accoglienze trionfali in tutti i festival in cui è stato presentato, fino a divenire appunto uno dei manifesti cinematografici della Sesta Generazione.

Tranne una apparizione in un piccolo festival di cinema asiatico romano nel 2001 , il film è rimasto inedito in Italia fino ad ora ma il notevole lavoro di restauro in 4K da parte della  Basis Berlin Postproduktion e l’opera meritoria della casa di distribuzione Wanted ha finalmente, dopo 22 anni , portato sugli schermi italiani questa opera fondamentale, presentata in anteprima all’ultima Berlinale.




Il lavoro di restauro rasenta la perfezione sia dal punto di vista puramente tecnico che da quello filologico grazie al tentativo, cui ha personalmente presenziato il regista, di mantenere il più possibile il timbro personale  sia relativamente all’immagine che al suono, non snaturando l’essenza di un’opera che originariamente era stata concepita su pellicola a 16 mm a grana grossa.

La storia si basa sul racconto di un fotografo che funge da narratore di cui non conosciamo nome né volto, l’unico segno di tangibilità che lo contraddistingue da una classica voce fuori campo sono le sue mani che ogni tanto balenano sullo schermo; un racconto che corre su due binari, da un lato è quello personale del fotografo-narratore che ci racconta la sua storia d’amore tra il tormentato e l’etereo con Meimei una ballerina di night che si esibisce con una vistosa parrucca bionda e un abito da sirena in una grande vasca; dall’altro quello in cui lo stesso fotografo ci racconta la storia di Mardar, corriere e piccolo delinquente al servizio di un boss , e Madoun figlia sedicenne del boss che viene affidata al ragazzo quando il boss stesso ha da fare con le sue amanti: tra i due nasce un legame sentimentale che si interrompe drammaticamente quando la ragazza capisce che Mardar si è prestato al suo rapimento a fine di estorsione; Madoun si getterà nel fiume Suzhou e non si troverà più. 

Mardar  finisce qualche anno in galera e quando esce la sua ossessione è quella di  ritrovare la ragazza amata , fino a che non incontra Meimei , uguale come una goccia d’acqua all’amata Madoun.

Quella che potrebbe apparire come una banale storia d’amore come tante, narrata su un doppio binario spazio-temporale è invece intimamente immersa in una atmosfera urbana dominata dalla presenza del fiume che scorre dentro Shanghai e che come un libro aperto infestato di sporcizia galleggiante racconta la storia di una città e della sua gente che barcolla sotto i colpi dei cambiamenti tumultuosi e a volte persino drammatici che hanno sconvolto il tessuto sociale della Cina metropolitana sul fine del secolo scorso e gli inizi del XXI; il breve prologo con cui conosciamo la voce narrante del fotografo (non a caso Lou sceglie questa professione per il narratore) è quasi un’ode al fiume Suzhou, a Shanghai e ai suoi abitanti che lungo le sponde del fiume vivono e sopravvivono, inseguendo addirittura leggende e miraggi di sirene.

Le storie delle due coppie, distinte , ma poi di fatto convergenti ed intersecantesi sono invece la fotografia di una situazione sociale e personale che è abituale nei film dei registi della generazione di Lou Ye: solitudine, affanni amorosi che intossicano una vita difficile in cui tutto sembra sfuggire di mano, piccola delinquenza che sopravvive di loschi traffici, i dubbi e le paure per un futuro cui neppure il sentimento riesce a regalare un raggio di luce e di speranza; come tanti personaggi di quel cinema splendido che è stato quello degli anni della trasformazione della Cina da grande gigante silente e arretrato a potenza economica dove comunismo e capitalismo vanno a braccetto seppur tra mille contraddizioni, i protagonisti di Suzhou River-La donna del fiume, sono gli eroi silenziosi, la gente comune che sbanda sotto i colpi dei cambiamenti e le cadute delle certezze, che si aggrappa all’amore per trovare una sicurezza difficile da raggiungere.

giovedì 7 luglio 2022

The Calming / 平静 ( Song Fang / 宋方 , 2020 )


 



The Calming (2020) on IMDb
Giudizio: 7.5/10 

Sin dalla sua prima al Festival di Berlino del 2020, dove riscosse non solo un riconoscimento ma anche una notevole quantità di giudizi positivi, The Calming della regista cinese Song Fang alla sua opera seconda dopo l’esordio di otto anni prima, ha confermato quanto di buono aveva già mostrato la regista nell’opera precedente; chiaramente influenzata dal cinema di Hou Hsiao Hsien di cui fu attrice in Flight of Red Balloon , l’opera di Song è di quelle che poco trasmettono con le parole  e tanto con le immagini o persino con frammenti di queste.

La trama è talmente esile da potersi considerare quasi superflua: basti sapere che al centro del racconto c’è una giovane regista reduce da una traumatica separazione con il partner che nell’arco di un anno affronta una sorta di viaggio di meditazione e di introspezione che diventa una immersione in immagini, ricordi, sensazioni, silenzi e sguardi.




La nostra protagonista vaga in Giappone dove incontra un amico cui confessa la separazione col fidanzato fino ad immergersi solitaria nel magnifico paesaggio innevato di Niigata, solcando le distese di un bianco accecante sull’immancabile treno; sempre in Giappone incontra Watanabe Makiko attrice nota soprattutto per essere una delle fedelissime d Sono Sion, poi si sposta a Pechino nella sua nuova casa con lo sguardo sulla città moderna, quindi la vediamo recarsi dagli anziani genitori con il padre malato in una casa che ha una bellissima veduta su un bosco , quindi passiamo ad Hong Kong dove la regista sta presentando il suo ultimo lavoro , un documentario a forte impronta naturalistica, ricco di suoni e di immagini di foreste e boschi e dove attraverso un dialogo con uno spettatore che si chiede se un’opera simile non sia più adatta ad una esposizione d’arte che ad un cinema , Song Feng ci immerge in una riflessione sull’arte e sul cinema, sempre ad Hong Kong incontra vecchi amici che hanno messo su famiglia e vivono in una casa che si affaccia sulla baia e sui monti che stanno alle spalle di Hong Kong ed infine il ritorno dai genitori con i ricordi di come lei fosse attratta sin da bambina dal bosco e dai suoi richiami notturni.

Come si vede il peregrinare della protagonista , una bravissima Qi Xi, da viaggio per dimenticare una delusione e una separazione diventa ben presto una ricerca di qualcosa più profonda, l’essenza dell’universo che ci circonda, la forza dello sguardo che sa carpire ogni piccolo frammento di realtà che ci passa davanti; la protagonista fa ciò con apparente indolenza, con lo sguardo spesso quasi vuoto, ma nel suo sguardo c’è invece , sempre , la luce dell’interesse e dell’emozione che una immagine reale può suscitare.

La regista si muove sempre in spazi che hanno una vista su qualcos’altro: enormi finestre e balconi che si affacciano spesso su una natura lussureggiante, finestrini del treno dai quali scruta il candore delle distese innevate del Giappone, il finestrino del taxi che mostra il volto di Kowloon; tutto quello che è mondo al di fuori di lei viene esplorato in silenzio , e noi con lei, per cogliere ogni attimo di vitalità del mondo reale che ci circonda e nel quale, anche se non sembra all’apparenza , la protagonista si immerge alla ricerca di qualcosa che sani il suo malessere e la sua tristezza, che però appare in maniera netta solo durante l’esecuzione dell’Alexander Balus di Handel in cui vediamo il suo volto rigarsi di lacrime, non a caso in un passo dell’ oratorio in cui  è cantata una separazione drammatica.

venerdì 1 luglio 2022

Are You Lonesome Tonight ? / 热带往事 ( Wen Shipei / 温仕培 , 2021 )

 




Are You Lonesome Tonight? (2021) on IMDb
Giudizio: 8/10

Promettentissima opera prima del giovane regista cinese Wen Shipei,  proiettata sia sui prestigiosi schermi del Festival di Cannes che su quelli di Toronto, Are You Lonesome Tonight ? (sì, proprio quella cantata e resa da famosa da Elvis Presley, per la quale rimane però arduo trovare un collegamento con la storia nonostante la sentiamo cantata svariate volte se si esclude forse il mood del racconto che ben si sposa con le parole del testo) è pellicola che vive molto sulle suggestioni delle atmosfere ben create a strutturate dal regista che sembra avere dei chiari riferimenti nel cinema di autori cui evidentemente si è più o meno volontariamente ispirato.
Tipico neo-noir cinese, il film racconta di un giovane, Xueming ,che uccide, investendolo, un uomo per poi , preso dalla paura gettarne il corpo in un fiume e fuggire; la scena dell'investimento verrà riproposta svariate volte quasi un loop nartrativo che ha però la funzione di farci capire sin da subito che qualcosa non è andato precisamente nel modo cui abbiamo assistito.



Quando poi Xueming dapprima casualmente incontra la moglie del defunto e poi intenzionalmente , mosso da un rimorso ingombrante che si presenta con numerosi volti, quasi come uno stalker, cerca di insinuarsi nella sua vita, come a voler trovare il modo di chiedere un perdono che possa almeno in parte redimerlo, scopriamo dalla signora Liang che il marito è stato dichiarato morto per numerosi colpi di arma da fuoco che chiaramente non è stato Xueming ad infliggere all'uomo.
Per tale motivo da un lato il ragazzo è sempre più mosso dal rimorso che lo porta a rivedere, addirittura a volte con connotati onirici, la scena di quella notte in cui investì l'uomo e dall'altra a cercare di capire come le cose siano effettivamente andate.
Senza spingerci nei territori che sanno di spoiler possiamo dire  che l'uomo ucciso frequentava qualche giro non proprio limpido e sembra indissolubilmente legato ad una borsa piena di soldi.
Ambientato in una Guanzhou umida, sporca , derelitta, dove tutto trasuda qualcosa, dove la pioggia non porta via lo sporco bensì lo nutre, l'opera prima di Wen possiede uno stile molto personale, fatto di atmosfere cupe dove predominano i colori virati al rosso grazie ad una fotografia che tende ad accentuare i contrasti soprattutto notturni, alcuni momenti richiamano in maniera limpida il cinema di Diao Yinan per talune tematiche e per l'atmosfera tetra intrisa di pessimismo, ma anche quello Bi Gan, con il suo sguardo che sconfina nel sogno e per certi versi, il ritmo dell'incedere del racconto ad esempio, quello di Wong Karwai.

giovedì 30 giugno 2022

The Novelist's Film ( Hong Sangsoo , 2022 )

 




The Novelist's Film (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

In un mondo globalizzato in cui le certezze sono sempre di meno e l'estemporaneità regna sovrana, l'annuale film  ( a volte anche più di uno) ,con annesso immancabile premio festivaliero , del regista coreano Hong Sangsoo si erge a baluardo di una delle pochissime certezze granitiche; da 26 anni Hong continua a sfornare lavori che sembrano ( ma non lo sono) sempre più tutti uguali a se stessi, mostrando una prolificità non comune che ne ha fatto uno dei beniamini  dei festival maggiori oltre che apprezzatissimo autore di quella frangia oltranzista di critici e spettatori che guardano al cinema d'autore come all'unico che rimane degno di rappresentare la Settima arte ai livelli più elevati.
La regolarità con cui Hong presenta i suoi lavori, al di là di ogni discorso fideistico, ha fatto delle sue opere una sorta di appuntamento, quasi una reunion ,di amanti dei suoi racconti quasi sempre dal forte impatto autobiografico, una sorta di finestra su stesso del regista.
Naturalmente the Novelist's Film non sfugge alle regole: Orso d'Argento Gran Premio della Giuria a Berlino e giudizi entusiastici da parte di coloro che son pronti a scommettere ad ogni nuovo lavoro sul capolavoro assoluto.
Molto più modestamente per molti di noi amanti del cinema , asiatico in particolare (sebbene Hong deve essere considerato a tutti gli effetti il meno asiatico tra i registi del lontano oriente), ogni nuova opera è vissuta come un rito annuale da consumare collettivamente: i lavori di Hong insomma ormai scandiscono le nostre vite come e meglio di tanti altri eventi più o meno globali.



The Novelist's Film si immette perfettamente nella scia delle ultime opere del regista coreano, precisamente da quando il suo sguardo si è spostato soprattutto sull'universo femminile, mantenendosi però fedele all'ambiente e alle tematiche che costituiscono lo scheletro indissolubile dei suoi film.
In quest'opera, di fatto un compendio e una riflessione su alcuni aspetti dell'arte in pochi quadri statici che trovano vitalità solo nelle zoommate e in piccoli spostamenti di macchina da presa, seguiamo una nota scrittrice, in evidente crisi di ispirazione che in una giornata trascorsa fuori Seoul va a fare visita ad una sua ex collega scrittrice anche lei che  sembra però aver mollato tutto e gestisce una libreria, poi incontra per caso un regista famoso, e sua moglie, col quale ha ancora qualche lontano conto in sospeso per non avere voluto rappresentare su pellicola un suo testo letterario; poco dopo passeggiando nel parco si imbatte in una attrice famosa, anche lei in un momento  prolungato di pausa del lavoro, e suo nipote studente di cinema; infine , seguendo un percorso circolare che nei film di Hong è sempre quanto meno accennato, ritorna insieme all'attrice  nella libreria dell'amica dove incontra un vecchio amico poeta e dove si consuma l'immancabile rito della bevuta purificatrice e inibitoria.
La protagonista è una donna che sembra essere avviata sul viale del tramonto, a suo dire si sente una scrittrice che enfatizza troppo la realtà ingrandendola e che per tale motivo vorrebbe dirigere un film, facendosi aiutare dal giovane studente e con interprete l'attrice e suo marito, perchè il film deve cogliere l'essenza della realtà che deve scaturire spontaneamente.

martedì 28 giugno 2022

Last of the Wolves ( Shiraishi Kazuya , 2021 )

 




The Blood of Wolves II (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10


Tre anni dopo The Blood of Wolves, Shiraishi Kazuya, uno dei registi più interessanti degli ultimi anni proveniente dal Giappone, dirige il sequel, attesissimo anche in Italia e presentato al FEFF del 2021; le entusiastiche reazioni che avevano accompagnato  The Blood of Wolves hanno creato un clima d’attesa quasi spasmodico intorno a Last of the Wolves, anche perché il regista non è venuto meno alla formula narrativa che tanto successo aveva portato al lavoro precedente.

Last of the Wolves, come il primo episodio del dittico, infatti si sviluppa su canoni da yakuza movie ultraclassico, nel quale abbondano le efferatezze, e che ricrea il clima dei tardi anni 80-primi anni 90 in cui è ambientato , poco prima della promulgazione della legge contro il crimine organizzato  che nel 1992 segnò una svolta nel paese e nella storia delle organizzazioni criminali.

Il film di Shiraishi riparte da dove era finito il primo: dopo la morte del detective Ogami e il colpo decisivo inferto al capo della gang Jinsei-kai grazie al ruolo avuto dal poliziotto Hioka, erede dell’azione di controllo propugnata dal collega ucciso, per tre anni la guerra tra le varie organizzazioni con base ad Hiroshima e dintorni ha subito una lunga tregua, anche grazie ai metodi di Hioka che nell’ombra manovrava le varie bande per assicurare una pace e scongiurare guerre sanguinose.




Quando però viene rilasciato Uebayashi, delfino dichiarato del boss ucciso tre anni prima e ben deciso a prendere in mano le sorti dell’organizzazione dell’ex boss, la guerra torna ad  esplodere in maniera fragorosa, più truculenta e sanguinaria che mai e che vedrà inevitabilmente coinvolto anche Hioka, colpevole di essere stato colui che causò la morte del vecchio boss.

Il personaggio di Uebayashi è un po’ la miccia che accende il film con una deflagrazione inaudita: psicopatico , folle, ben deciso a rimanere fedele al codice della vecchia yakuza fatto di violenza sangue e mutilazioni varie, fiero avversario della nuova yakuza dai colletti bianchi da brooker e uomini di finanza: un personaggio al limite, talmente sopra le righe, e non solo per i raccapriccianti outfit che presenta, da apparire subito una emanazione di un fumetto, un po’ come certi eroi tarantiniani.

Naturalmente dietro a questa follia dilagante si nasconde un’infanzia mutilata, umiliata e offesa per uscire dalla quale il piccolo Uebayashi si rende protagonista del suo esordio efferato nel mondo della violenza colorato da infinite scie di sangue.

Un background psicologico che il regista tende ad accennare in svariati personaggi, quasi che l’aver subito soprusi e violenze possa essere l’anticamera obbligata dell’entrata nel mondo del crimine.

Il film mantiene sempre un ritmo sostenuto, non stancano le quasi due ore e venti minuti, si rivolge a stereotipi ben consolidati ma che non sanno mai di già visto, si affida a un paio di colpi di scena che servono a creare una prospettiva diversa alla storia; ma fondamentalmente  Last of the Wolves è un film che esplicita in tutta la sua potenza l’immagine di un mondo del crimine privo di ogni controllo che portò il governo nel 1992 ad introdurre una legge durissima per combattere le organizzazioni criminali che infestavano ormai persino le strade delle città giapponesi.

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